Il 29 luglio del 2015 ho sostenuto l’esame finale per l’abilitazione all’insegnamento.

Questo Tirocinio Formativo Attivo, o TFA com’è meglio conosciuto ai più, mi ha accompagnata nell’arco di uno dei miei anni più difficili. No, forse l’anno più complicato di sempre.
Dall’estate in cui la gioia non lasciava spazio alla voglia di studiare, al settembre del test preselettivo, con la mia calma e la forza che mi infondevano una mano e uno sguardo sorridente in fondo alle scale. All’ottobre della prova scritta e delle prime piogge. Al novembre tempestoso e solitario in cui mi guadagnai un trentesimo posto. Al febbraio in cui avrei dovuto capire, e invece mi lasciai distrarre dal disastro della mancata iscrizione ai corsi. Cui seguì la miracolosa riapertura delle iscrizioni e una dolce, dolcissima febbre: il momento più bello che ricordi da anni. E quella sensazione di casa, di calore, di abbraccio, in cui per un attimo ho trovato la pace.
Da lì al marzo dell’uragano. Alla fine e all’inizio. L’inizio dei corsi, la fine di quel senso di casa. La fine dell’abbraccio, l’inizio della ricerca. L’inizio dell’estate, la fine dei corsi. Il vuoto che si allargava a poco a poco. L’inizio del caldo afoso, la fine di ogni calore. La fine delle mie convinzioni, l’inizio degli esami. L’inizio delle notti insonni, la fine della scuola.
E poi la folla, la fila per gli esami di Pedagogia e Didattica. La giornata in piscina con gli alunni. Le ultime riunioni. I miei primi esami di Licenza Media da dietro la cattedra. La tesina scritta in quella Biblioteca che sembra una piazza pubblica piena di pischelli. La meditazione. Gli incensi. Gli oli essenziali. I tanti fiori. I pomeriggi al torrente per cercare un po’ di fresco. Le bollette. Il mio primo anno in casa da sola che si concludeva. Le serate a guardare Game of Thrones. La discussione della tesina, il 30 sul libretto. Tutte le stagioni di How I Met Your Mother. La fuga in Irlanda. I miei ricordi nelle gighe alla taverna. Le parole nel vento e nella pioggia.

Fino al 29 luglio.
Settanta punti il massimo per la discussione, trenta per la media risultante dagli altri esami. Avevo già fatto il calcolo: non avrei potuto prendere di più, essendo la mia media un 29 spaccato.

Ho parlato di me. Per la prima volta da quando ho iniziato questo maledetto TFA, ho potuto parlare dell’insegnante che sono. Dei miei ragazzi. Dei miei colleghi. Dei miei dispiaceri. Dei miei sogni.
Avrei parlato per ore e ore, e invece sono stati solo cinque o dieci minuti; eppure il tempo si è fermato come quando sei immensamente felice. Non so se fosse felicità, non ho più un’idea così chiara di cosa si intenda con questa parola. Era più una sorta di pienezza. Nel convinto annuire della commissione la vedevo riflessa, palpitante, quasi volesse indicarmi che sì, quello era il mio momento e sì, questo è ciò per cui sono qui. Sì, Martina – annuiva silenziosamente la commissione – Adesso sei un’insegnante e nessuno potrà più dirti il contrario. E sei davvero una buona insegnante: non te l’eri sognato! E sai che c’è? Adesso ti porti a casa il massimo per oggi, così capirai che tu sei chi sei, sempre. In ogni caso.

Lungo il cammino verso la stazione mi era entrato in testa un ronzio. Forse era il caldo o forse l’allentamento dello stress. Pensavo mille cose e nessuna veramente. Osservavo i miei pensieri senza saper decidere se fossero positivi o negativi.

Un Novantanove non è un Cento. E dire che di Cento ne ho presi tanti. Eppure – curioso – nessuno di questi, neppure uno, che mi abbia donato la pienezza del mio Novantanove.
E non lo so. Pensavo alla mia vita, al lavoro che ho scelto. A quando l’ho scelto e perché. Alla strada che ho avuto spianata in ogni momento, chissà se da una qualche fortuna, o dal destino, o dalle mie stesse scelte, magari da tutte queste cose insieme e di più. Alla mia caduta dalla gioia più dolce al più gelido vuoto. Alle mie insicurezze e alle mie ansie.

E poi ho pensato che lo so. Lo so perché è così importante il numero.
Un Cento sarebbe stato solo un Cento. Uno dei miei tanti successi nel tentativo di riprodurre l’immagine della perfezione: un numero tondo, un punteggio massimo, un applauso orgoglioso, eccetera eccetera. Una delle mie tante soddisfazioni viziate e stantie.
Di Novantanove, invece, ce ne sono pochi, e per me questo è il primo.
Alto, bello, ma a un passo da quel cerchio perfetto. Sì. Un pelino più sotto. A presa di culo. Ancora un pochino e c’ero. Uno schiocco di dita e – sbam! – ero la migliore anche stavolta. M’illudevo anche stavolta. E invece…no.

Novantanove non è un’illusione. Non cerca di riprodurre un bel niente. È un doppio nove e festa finita. È imperfetto, è autentico, è reale.

È quello che in me cerco da una vita.
Porca miseria, è me.

Novantanove è il mio lavoro. Sono le urla che ogni tanto mi scappano e di cui mi pento. Sono i volti asimmetrici e dolci degli alunni di prima. È la crescita sproporzionata dei loro corpi. Sono le mie fotocopie e il disordine dei documenti. Sono le mie risate rauche sull’autobus in gita.
Novantanove sono i miei impegni che si sovrappongono. È la fretta, l’ansia. È la voglia di cazzeggiare ogni tanto.
È il frigo che non funziona bene, il sacchetto dell’immondizia che mi scordo di buttare. Sono i panni infeltriti e le lenzuola che si macchiano in lavatrice.
Sono i miei tentativi di meditare. È la mia spiritualità che non trova pace. Sono gli incensi che brucio per addormentare la mente.

Novantanove sono i miei capelli verdi all’improvviso. È un viaggio in un luogo antico in cerca di ricordi. È l’arpa che non riesco a suonare bene.
È la mia voglia di stare da sola e il bisogno di stare insieme a tutti. È anche l’inverso.
È il mare in un posto da fighetti. È una serata a ballare per scoprire che sì, ero e sono anche quella. Sono le tante, troppe persone che mi conoscono. Sono le tante, troppe cose che mi piace fare. È la mia voglia di continuare a farle tutte. È la mia incapacità di scegliere un’etichetta, un nome, una direzione, un’abitudine che non sia da me.
Sono le mie lacrime distribuite un po’ a casaccio. Sono i sogni in cui torni e te ne vai altre mille volte.
È una conversazione piacevole con due corteggiatori gentili. È la mia risata più genuina, fioca e inascoltabile.
È la sensazione di essere sempre, sempre sola, anche in mezzo a tanta gente.
È quello che ascolto quando m’investe il vento.
È la voglia di camminare fino a farmi sanguinare i piedi. È il piacere di guidare e di viaggiare malgrado la destinazione.
Sono i risvegli dolorosi. Sono i risvegli vuoti.

Sono le parole che scrivo. Sono le domande che restano.
È la mia voce che canta.
È un sentimento che non esiste.

Novantanove è ciò da cui comincio.

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Questo è un post che avrei voluto scrivere ieri, per questo motivo ne parlerò usando l’ “oggi”.

Oggi era l’ultimo giorno della mia supplenza in seconda E. Negli ultimi tempi, seppur vedere i miei alunni fosse sempre qualcosa di gioioso e terapeutico, stare in classe non mi dava più la stessa soddisfazione. Del resto è abbastanza naturale che, quando hai messo tutta te stessa in qualcosa che non ti ha restituito niente, lasciandoti derubata e malconcia, niente di tutto quello che ti faceva sentire gratificata abbia più lo stesso sapore. Se sei valsa meno di zero in quella che era la cosa più importante per te, perché non dovresti valere meno di zero anche in tutte le altre?

Oggi, quando ho varcato la soglia dell’aula, come ho fatto un sacco di volte, c’era qualcosa di diverso.
Un’ondata di calore mi ha investita sotto forma di applausi.
Sulla cattedra c’erano non uno ma cinque mazzi di fiori. Ho pensato che magari uno era per me. Erano tutti per me.
Gli occhi fuori dalle orbite, ho guardato i miei ragazzi e loro mi hanno invitata a voltarmi. Appeso alla lavagna c’era un cartellone zeppo di parole, firme, bigliettini, disegni, cuori.
È difficile immaginare la sensazione fortissima che ti rapisce tutta insieme, simile a un fuoco che divampa o a una botta nello stomaco, e che altrettanto improvvisamente arriva a sintetizzare tutte le tue sofferenze e la tua desolata mancanza d’amore, a sintetizzare tutti i tuoi mesi passati in un brivido che dai piedi ti sale in gola e dalla gola scoppia in un pianto.
Sconcertata come si può essere davanti a un miracolo, ho cercato inutilmente di dire qualcosa. Eccoli là. Eccoli. Tutti i miei fiori. Tutte le mie parole d’amore. Tutte le mie attenzioni. Tutti i miei sacrifici. I miei ritorni.
Sono i ritorni di qualcuno che ha saputo accogliere dentro di sé, davvero, quel che davo loro, come si fa con un punto di riferimento che ci dispiace perdere o lasciare. E lo capisco rileggendo quelle parole. Sono parole che mi dicono: “con noi non è stato invano”.

“Grazie di tutto prof, le auguro un futuro pieno di opportunità. Hunger Games sempre!”
“Cara professoressa, è stato molto bello conoscerla, di sicuro si ricorderà sempre delle mie battute!”
“Ci manchi tanto, spero che ci verrai a trovare. Non essere triste, non piangere, devi essere felice, come il sole che è sempre felice”
“Questi mesi li ho passati benissimo con lei, ci mancherà tanto”
“Noi vogliamo vederla sorridere perché almeno stiamo meglio anche noi. Grazie per tutto, tutto quello che ha fatto per noi, e le assicuro che ha fatto molto!!!”
“Mi mancherà più dell’aria in un oceano di lacrime” (l’esagerato c’è sempre!)
“Grazie davvero di tutte le conoscenze che ha fatto entrare nella mia testa.”
“Grazie per quello che ci ha dato, prof. Grazie davvero.”
“Con lei le lezioni erano divertenti oltre che istruttive. Mi mancherà come a Sakura mancava Sasuke!”
“Alzarsi in piedi e vederla uscire non è un ringraziamento per tutto quello che ha fatto per noi. Per questo abbiamo voluto darle dei fiori e le parole, le lacrime, i sorrisi dei nostri cuori.”
“Mi sa che la grammatica è sbagliata, il verbo restare non è all’infinito. Grazie, ci mancherà.”
“Mi dispiace tanto che lei debba andare via ma mi dispiacerà ancora di più quando tornerò a scuola e non la vedrò, quando non ci sarà più lei a chiedermi i compiti e a sgridarmi quando faccio confusione.”
“Grazie per essermi stata d’esempio. Le voglio bene.”
Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza: questa frase rimarrà impressa nel mio cuore come lo rimarrà lei.”

Ho voluto ricambiarli. Li ho abbracciati, poi li ho portati in aula di musica e ho suonato e cantato per loro una mia canzone, che non avevo mai fatto sentire a nessuno, ma proprio nessuno.

Prima di oggi ero un guscio vuoto.
Eppure ci sono momenti in cui mi rendo conto che le scelte che ho fatto, le persone di cui mi circondo, il lavoro cui mi sono dedicata mi restituiranno sempre l’amore che perdo per strada. Forse perché è davvero importante essere il punto di riferimento per qualcuno, sapere che per qualcuno vali, e non perché ti viene detto a parole ma perché ti dimostra col tempo di aver fatto fruttare l’affetto e gli insegnamenti che gli hai donato.
Io lo faccio di lavoro e ai ragazzi puoi dare anche senza aspettarti niente in cambio. Con le persone adulte non funziona così: alcune sono così egocentriche e inconsapevoli da illudersi di poterti prendere come guida, amarti non per quel che sei ma per quel che puoi fare per loro, assorbire tutto quel che hai da dare senza farne poi alcun uso, e infine buttarti via come un panno sporco quando sarebbe il momento di mettere la teoria in pratica, arrivando persino ad accusarti di non capirle, di voler porre dei limiti alla loro onnipotenza. E quando ti hanno buttato via, dimostrano di non aver mai avuto bisogno di te, e se ne vanno in trionfo insultando anche il dolore in cui ti hanno lasciata, senza amore e senza neppure affetto.
Alcune persone sono così egocentriche e inconsapevoli, adulte solo di nome, da essere pericolose per se stesse e per gli altri. E la cosa più triste è che, se non supereranno i loro egoismi, non saranno mai un punto di riferimento per nessuno.

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Il mio clacson si è risvegliato. Non sopporto più chi va a trenta per strada, la punizione giusta sarebbe quella di poterli fermare e riempirli di legnate. Ma dato che non è possibile, mi accontento di mettere in quella lunga clacsonata tutto il rimprovero che i miei migliori cipigli di professoressa sanno offrire. Mi sembra quasi di vederli, costernati e umiliati, nelle loro piccole macchine che sognano velocità da circuito di Formula 1.

Sono anche più bassa di voti. Finora ero troppo timorosa di ferire ogni alunno che si meritasse un quattro, ma mi sono chiesta: perché? In fondo, è quello che tutti un po’ sogniamo, quando decidiamo di intraprendere questa carriera. Io forse non ho mai avuto questo sogno perché un quattro non l’ho mai preso, ma sono stata egoista: è l’ora di pensare anche a tutti quei compagni che, dal banco accanto al mio, rimediavano insufficienze come se piovessero. E allora. Sappiate che vi sto vendicando gloriosamente.

Una cosa che farò più spesso è mandare subito dove meritano tutti i falsi buoni samaritani. Avete fatto il vostro tempo. Nessuno ha realmente bisogno della vostra finta misericordia; lo so, credete di essere davvero misericordiosi, ma la verità è che siete soltanto miseri. Perciò anche tu – sì, tu che ti intrometti in affari che non ti riguardano solo per dimostrare a te stessa che sei più altruista di Madre Teresa di Calcutta – sappi che sei l’opportunista più abietta che il tuo ristretto mondo da provincialotta senza cultura abbia mai partorito. Più patetico e meschino di questa tua dietrologia contadina è forse solo il finto intellettualismo da divano di cui tanto ti fai vanto.

Non accetto più giudizi. Da chi mi vuole bene meno ancora che da chi mi vuole male, perché quello, del tutto inconsapevole di elargirne così tanti al minuto da non poterli contare, sarà sempre convinto che sia a fin di bene, o peggio che non siano giudizi ma solo punti di vista (che poi, che differenza mai ci sarà); e andrà a finire che, come sempre, mi faranno meglio i giudizi di chi mi vuole male.

Rendo sempre più ampi i miei orizzonti. Più quelli degli altri si restringono. Più voi vi chiudete nel vostro giardino piccolo piccolo, a sentire il profumo della primavera ridotto al soldo delle rose malaticce che coltivate, più io mi riempirò le narici del profumo dei fiori esotici, e vorrò esplorare, e vorrò aprirmi, e vorrò cambiare idea, e vorrò girare il mondo – se con la testa o con i piedi poco importa. Lontano dalla provincia che puzza di vecchio.

Avevo voglia di scrivere alla lavagna, in Terza, la parola P U T T A N A, per poi chiedere loro che significato le attribuissero. Volevo vedere l’imbarazzo su quelle facce e cercare sadicamente il rossore di chi quella parola l’ha usata per far del male a lei. Avrei voluto dirlo a ciascuna di quelle piccole vipere, che non hanno certo alibi nei loro tredici anni, e vedere che effetto faceva loro sentirselo dire; ma ero consapevole che non ne avrebbe avuto alcuno, perché non sono piccole colombe spezzate come lei. Non ho fatto nulla di tutto questo, ma non faccio sconti all’adolescenza, quando cresce nella cattiveria e nell’incomprensione.

Il lato positivo è amaro.
È che, a dire il vero, non c’è che poca roba da nascondere in questa stanza, per stare bene. Dovrei forse oscurare le mie lenzuola, la mia paperetta di peluche, i miei vestiti più belli, i miei scritti, il mio profumo Chanel, i miei pensieri, i miei ricordi.
Per il resto, poche tracce visibili. Tracce-di-una-volpe

Ci sono infiniti motivi per cui vale davvero la pena insegnare. Ma penso che in cima a tutti stia quello che tutti immaginiamo, quello cui ciascun professore agogna, quello che da solo ci renderebbe soddisfatti del nostro lavoro.
Eh sì. Sto parlando della possibilità di collezionare scene e citazioni veramente memorabili.

Si tratta di performance uniche, pezzi d’autore inestimabili. Qui di seguito qualche pregiato esempio classificato per tipologia.

ECCESSO DI ZELO

F: “Scusami!”
Prof: “Devi darmi del tu, abituati subito, dai!”
F: “….SCUSIMI!”

IRRIVERENZE #1

Prof: “Questa signora era anziana…”
H: “Più vecchia di lei, prof?”
Prof: “Prego?”

PASSATEMPI

Prof: “Sì, dimmi”
L: “No, niente!”
Prof: “Perché hai alzato la mano?”
L: “Non sapevo che fare!”

LE RICETTE DELLA TRADIZIONE

T: “E nel cerchio degli Eretici, Dante trova LA FARINATA degli Uberti!”

IRRIVERENZE #2

H: “Prof ma lei quanti anni ha?”
Prof: “Non è educazione chiederlo! Quanti me ne dai?”
H: “Quaranta?”
Prof: “…”
H: “Cinquanta?”

DIPENDENZE

Prof: “Hai scritto HA FARLO, con l’H!”
L: (testa fra le mani) “NOO! Cavolo, avevo smesso!”

IRRIVERENZE #3

Prof: “Che stai facendo lì?”
H: “…”
Prof: “Dico a te! Che ci fai col dizionario di inglese?”
H: “…”
Prof: “Ehi!”
H: (chiudendo il dizionario di scatto, illuminato) “OLD AGED, prof!”
Prof: “…ti conviene implorare il mio perdono immediatamente.”

…E concludo questa prima puntata con un gioiellino (di cui l’autore è del tutto inconsapevole):

SPECIAL GUESTS IN HELL

T: “…E in questo Cerchio dell’Inferno ci sono gli avari e i PRÒDIGI!”
prodigy

Ho iniziato a insegnare a 25 anni e la prima cosa che ho imparato è che la scuola è l’unico luogo spazio-temporale, almeno che io conosca, in cui puoi passare dal sentirti una bambina al sentirti una vecchia babbuina nel giro di una frazione di secondo. Per la precisione, quella che basta per varcare una porta, come quella di una classe. La cosa mi ha disorientato non poco, considerando che sono già abbastanza confusa di mio circa l’equivalenza tra la mia età anagrafica e quella, per così dire, “spirituale”. Da bambina credevo di avere quarant’anni e ragionavo di conseguenza, con evidenti ripercussioni sulla mia vita sociale e sull’accettazione che riscuotevo presso i miei coetanei. Adesso invece, per fortuna, di anni ne ho 25. Dal 2011.

Nella vita, l’età che hai è un fatto più o meno assoluto. Come è assoluto che io ho 25 anni, per capirsi. Il tempo scorre in modo matematicamente inequivocabile, o almeno se si escludono tutti quegli spiacevoli inconvenienti come che ogni anno sembra passare più rapido del precedente e che oggi è lunedì e di colpo è già venerdì eccetera eccetera.

Ma a scuola no. A scuola la tua età non è mai stata così relativa.

Sei giovane…
quando la collaboratrice scolastica: “Tesoro, perché sei in giro? IN CHE CLASSE STAI?”

Sei vecchia…
quando senti chiamare ripetutamente “prof” e ti domandi se questo prof prima o poi risponderà.

Sei giovane…
quando il collega “Ma se sei più giovane di mio figlio!”

Sei vecchia…
quando “Prof, ma lei è sposata no?”

Sei giovane…
quando una cassiera, in gita: “Ma guarda, siete un gruppo di Prato? Anche tu sei alle medie?”

Sei vecchia…
quando “Prof, ma il flopper (= “floppy disk”, ndA) si usava nel Medioevo!”

Sei giovane…
quando i colleghi “Non preoccuparti, tesoro, ti aiuto io che tu non lo sai fare!”

Sei vecchia…
(o lo diventi) quando ti lasciano improvvisamente sola davanti a un lavoro che non hai mai dovuto eseguire.

Sei giovane…
quando “Di che anno siete voi?” “1998” e pensi “Bene, non avrei potuto avere figli a 12 anni…”

Sei vecchia…
quando “Di che anno siete voi?” “2002” e pensi “…a 16 anni sì.”

Sei giovane…
quando “Vai tu in gita, dai che tanto non hai figli né famiglia!”

Sei vecchia…
quando “Prof ma lei ha UNA CERTA ETÀ!”

Sei vecchia…
quando “Quanti anni ha prof?” “…quanti me ne dai?” “…Qua…ranta…cinque?”

Sei giovane (o forse no?) …
quando “Quanti anni ha prof?” “…ventisei.” “…Ma daaaaaai! Avrei detto DICIOTTO!”

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SONY DSCHo deciso di inaugurare una nuova sezione del blog. Si chiama “Martina l’isterica Prof.” ed è la poco fantasy story di una professoressa alle prime armi, che per comodità chiameremo con questo nome generico. Vabbè, mi avete scoperto, si tratta di me. Non ve lo aspettavate eh?

Dato che la mia vita da insegnante pare al momento voler a tutti i costi prevaricare nella mia quotidianità e nella mia ispirazione narrativa, ho pensato che tanto valeva lasciarsene trasportare. Credo si chiami “deformazione professionale”. Non ho ancora capito se è una cosa buona o no. Però mi diverte.

Spero che anche chi mi segue possa divertirsi con i post che verranno, leggendo quel che mi capita in quel luogo dove ognuno di noi ha sempre sognato di trovarsi ma dove solo pochi eletti sono giunti: l’altra parte della cattedra.

Vi avverto: è un viaggio tutt’altro che agevole! 😉

Quando, in seconda superiore, maturai la decisione irremovibile che nella vita avrei fatto l’insegnante, desideravo più di ogni altra cosa fare la prof di liceo. Possibilmente un liceo come il mio, oppure un classico. E spesso, durante il percorso universitario che mi ha portata alla precarietà di una cattedra sì e no ogni due mesi, ho espresso questo desiderio unito ad un’esclusione a priori: “Alle medie solo se proprio devo.”
Il perché di questo giudizio incondizionatamente negativo sulla scuola media penso fosse radicato nella mia personale esperienza in quel ciclo. La Scuola Media italiana ha molti difetti, uno fra questi non è colpa di nessuno in particolare: è un percorso troppo breve. Così, siamo spesso portati a considerarlo “solo” un periodo di passaggio, in cui l’educazione, la didattica, i contenuti passano in maniera non sempre chiara, spesso in modo informe; né carne né pesce, proprio come l’età degli alunni che affrontano questo ciclo di studi.
Un altro blasone negativo, sulla bocca di tutti, era: “Quella è l’età peggiore. Non sono ancora ragazzi ma non sono neppure più bambini. Hanno la malizia degli adolescenti e l’infantilità dei bambini.”

È vero, è un mix micidiale. E tante volte anch’io, ripensando con gli occhi di un adulto i miei undici-tredici anni, sono caduta nel tranello di giudicarla la mia età peggiore, un momento in cui non ero niente o non ho imparato, costruito niente. Ma i giudizi a posteriori certe volte sanno essere più ingannevoli di quelli a priori: troppe cose sono lontane nella memoria, troppe altre ne sono accadute e sono andate a inserirsi tra quell’età e quella forse più complessa, senza dubbio più appariscente, che è l’adolescenza vera e propria. In questo caso, l’unica esperienza che può farti cambiare idea è quella che ti costringa a rivivere, con occhi esterni ma non più a posteriori, l’età che avevi ormai del tutto rimosso.

I miei preadolescenti sono chiassosi e vivaci. Amano esprimersi ad alta voce e, se non lo fanno, è perché sono troppo timidi o sono tristi per qualche motivo. Si picchiano, si montano addosso, si tirano i capelli e qualche volta si prendono a manate. Dei maschi solo alcuni hanno la voce appena un po’ più grave; la maggior parte sono bambini a tutti gli effetti, nani in tuta da ginnastica con movenze goffe e guancine rosa. Alcuni giocano a fare i bulli o a sentirsi grandi, ma il loro aspetto contrasta in maniera esilarante con le parolacce che provano a mettere in fila. Quelli che si atteggiano a playboys sono così teneri che non puoi che invidiarli: vengono a scuola con la camicia stirata, il colletto aperto sulla catenina d’acciaio, il capello fatto, e sono belli in un modo che solo le loro mamme sanno apprezzare (del resto, è la crescita). E piacciono alle ragazze nonostante sembrino dei bambini vestiti da copertina d’alta moda.
Le ragazze si dividono in due. Ci sono quelle ancora bambine e quelle che ci provano davvero, a fare le ragazze. Le seconde hanno già qualche forma, si truccano appena un po’, scrivono frasi a effetto sul diario, fingono di disprezzare i maschi. Le prime sono sportive, occhialute, portano i capelli lunghi scomposti o legati in una coda e sono sospese tra l’ammirazione e lo spaesamento di fronte agli atteggiamenti delle seconde; e non è che fingono di disprezzare i maschi, li disprezzano sinceramente. …Io alle medie.

I miei preadolescenti hanno in sé tutti i semi degli uomini e delle donne che devono nascere.
Alcuni di loro mi hanno detto “noi siamo il futuro”. Niente di più vero, ma spero che lo siano con una guida adatta. Perché il mondo che li circonda, oggi, ha tinte fosche e contorni non ben definiti. Offre loro tutto ciò che può esistere di superfluo nella frazione di un nanosecondo, mentre toglie loro gradualmente e in modo impercettibile, ogni giorno, l’indispensabile: certezze, denaro, opportunità. Il mondo si è aperto a 360 gradi davanti ai loro occhi, ma non hanno i mezzi per affrontarlo.
Ecco perché rimango in Italia e non vado a offrire i miei brontoloni a bambini svedesi o tedeschi: non penso che i miei brontoloni valgano a salvare qualcuno, ma se possono farlo, sicuramente ce n’è più bisogno qui che altrove.

Parlerò più spesso del mio mestiere, perché un giorno, quando sarò stanca e invocherò la pensione imprecando come una camionista di ottant’anni che ha perso la dentiera sotto il pedale del freno, voglio ricordarmi dei motivi per cui vale la pena insegnare.

Il cervello, alle medie, ti viaggia a velocità supersonica. I passatempi più belli, quelli legati ai tuoi talenti, li scopri alle medie. Le prime amicizie vere le stringi alle medie. L’amore vero, quello che non tornerà mai più, quello che ti toglie la fame e la sete, quello che è strano e informe e colloso ma potente come una folgore, è solo quello delle medie.
Vale la pena insegnare perché l’età dei miei studenti, quella che rivivo ogni anno attraverso di loro, con sguardo divertito e nostalgico, è in realtà l’età più bella.