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L’unica scena di sesso in tutto il film. Giuro.

Il fatto che l’ultimo film di Scorsese sia tratto dall’autobiografia di Jordan Belfort, il broker senza scrupoli interpretato (come sempre magistralmente) da Leonardo di Caprio, e che quindi si riferisca a fatti assolutamente veri, è forse l’unico punto che rende questa pellicola – che ho trovato deludente sotto molti aspetti – degna di una nomination all’Oscar. E non ne sono comunque sicura.

La storia è quella dell’ascesa e declino del suddetto personaggio, che si divide tra l’ammirazione e il disprezzo del pubblico. Notevole intelligenza e senso degli affari da una parte, dall’altra il disonorevole stile di vita in cui si fa presto trascinare: truffa, lusso sfrenato, prostitute e droga.

Da nullità a miliardario, Belfort trascina su con sé in una parabola da capogiro un branco di altrettante nullità, ciccioni bavosi che hanno come unica aspirazione quella di vendere qualche grammo di marijuana. Ho detto che quello della true story è l’unico punto che ho trovato veramente di livello nel film, ma non è vero: c’è anche questo, il concetto del parvenu che da troglodita che era non può che rimanere un troglodita anche se miliardario. L’aveva detto pure Petronio, si sa, e non c’è che da trasporlo sul piano della finanza per ottenere qualche Trimalcione di Wall Street. Belfort fa forse caso a sé, in quanto fornito di intelligenza, ma quei ciccioni bavosi drogatelli che lo seguono fanno i miliardi senza essere dotati di una qualche capacità intellettiva particolare. Sono solo poveri, ignoranti, bestialmente arrivisti. Coi soldi non fanno altro che diventare più ciccioni, più bavosi e più drogatelli. In questo senso il film mi è risultato particolarmente apprezzabile, perché qui si tratta di un messaggio che sento vicino a me, in questo mi offre l’analisi sociale che io ricerco un po’ sempre (forse sbagliando?) nelle cose che leggo e che guardo.

Però, detto questo.

Il film dura tre ore. Tonde tonde. Non è che io disprezzi i film lunghi in sé. Chissà, forse Scorsese credeva che non fosse chiaro il messaggio e ha voluto ribadirlo lungo un tempo record.
Dunque, il Lupo di Wall Street e la sua società di truffatori vivono un mondo fatto di orge, lusso, sconcezze e cocaina. Tutto questo viene spiegato con i seguenti espedienti:
1) Si vedono donne nude integralmente per tre quarti del film, senza esagerazioni. Nel quarto restante sono in intimo. Non si tratta di puritanesimo: è che mi hanno insegnato che per esprimere un concetto è sufficiente ripeterlo poche volte. E forse, dico forse, non tutte le numerose tette che comparivano in 180 minuti erano funzionali all’espressione del concetto. O sì? Non è che un po’ di audience l’ha fatta la manza, oppure siam malpensanti? E quand’è che ribadiamo un concetto con qualche pisello fuori? Per tre ore, eh. Mi sa che non vende, ho questo vago sentore!
2) Non c’è mai un momento (salvo l’inizio) in cui Di Caprio e compagnia non siano strafatti come fegatelli. Rimando al punto uno per quanto riguarda la ridondanza. Certo, bella la scena dell’inalazione salvifica di coca paragonata a Braccio di Ferro con gli spinaci. E meno male che c’era, perché dopo due ore e mezza di film ancora avevo qualche dubbio sul fatto che il protagonista avesse problemi di droga.
3) I soldi si lanciano come coriandoli e Belfort fa attraversare l’oceano in tempesta al suo yacht. Ah, e viene salvato dagli italiani che cantano “Gloria” a un festino. Ok che il film è concepito per essere un’escalation di esagerazione, ma questo modo di raccontare una storia vera come se fosse una commedia rocambolesca (“farsesca”, come si legge a ragione in questa positiva recensione dal blog di Repubblica.it), a mio parere è bello che ammuffito. È andato di moda per un po’. Non mi diverte e, se proprio può divertirmi, smette di farlo oltre la seconda ora.

Con questo non voglio dire che il film sia noioso. Ma “non noioso” non è divertente. Soprattutto, “non noioso” non significa da Oscar, almeno per me. Forse concederei sì un Oscar a Di Caprio, che è davvero sempre il solito mostro. Ma è anche sempre il solito, punto. Bello il monologo finale quando sta per lasciare la guida dell’impresa e poi non lo fa, bello vederlo impazzire e far schizzare gli occhi fuori dalle orbite a questo Belfort che, però, non è molto diverso da tanti ruoli che gli son stati affidati finora.

E poi mi è rimasto un dubbio. Ma per caso ‘sti broker avevano un problema col sesso e la droga?

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Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

E cos’è, in fondo, il sesso, se non un continuo tentativo di inglobarci l’un l’altro, di somigliarci del tutto nella nostra complementarietà, XX e XY, di prendere l’uno gli attributi dell’altro per creare un essere perfetto? Un pasto consumato in modo sempre incompleto e che non dà mai soddisfazione, perché in questa lotta violenta non c’è un vincitore e alla fine ogni cosa torna sempre, inevitabilmente, al suo posto. Quanto sarebbe bello riuscire a riassumere in un solo individuo le esperienze della femmina e del maschio. Saremmo esseri perfetti. Saremmo Dio in persona.

Forse non mi crederete, ma io so cosa vuol dire.
Ho viaggiato. Ho viaggiato ovunque, da un Polo all’altro, e per me non esiste mistero.
Non servono occhi per sapere quello che so io.
Una volta ero un uomo e come il Mare imperversavo.
Una volta ero una donna e come la Terra donavo.
Ma di fatto, nel mondo, c’è più Terra che Mare.

Oh, se solo avessi potuto essere entrambi per sempre. Sarei diventato il Mondo.


Trimalchione, da una scena del Satyricon di Federico Fellini

Niente di cui scandalizzarsi: chi studia lettere antiche ha imparato a non farlo!

Su gentile richiesta di qualcuno, vado a occuparmi dell’unica opera di un autore per certi versi ancora avvolto nel mistero: Petronio, “Arbiter elegantiae“. L’opera in questione è il Satyricon.

Purtroppo, farsi un’idea completa del Satyricon è difficile. Forse la trama non è neppure fondamentale, in un’opera come questa; o forse, se ci fosse giunto con un inizio e una fine, tutto sarebbe diverso.
Ma se è difficile seguire il filo della storia (che tra l’altro non è neppure quel granché) ci sono alcune singole scene che valgono decisamente da sole la lettura, e sono scene (come la celeberrima Cena di Trimalchione) che hanno fatto la storia del grottesco come genere artisticamente riconosciuto.

Lo si potrebbe chiamare romanzo; in realtà è un prosimetro, cioè un misto di prosa e poesia. L’argomento è il viaggio del giovane Encolpio e dei suoi compagni, l’efebo (ragazzino) Gitone, di cui Encolpio è innamorato, e Ascilto, suo rivale in amore, ai quali si aggiungerà in seguito il vecchio letterato Eumolpo.

Per la lunghezza e la struttura a episodi può essere considerato un “romanzo”, genere già sperimentato in Grecia, di argomento amoroso, quasi fiabesco, solitamente in viaggio o comunque di formazione. Ma i temi del romanzo greco sono in Petronio completamente ribaltati: alla coppia di innamorati puri e innocenti, qui corrisponde un triangolo omoerotico… che poi finisce per allargarsi anche al vecchio Eumolpo!
Per questi contenuti “carnevaleschi” e per la forma del prosimetro, il Satyricon appare molto legato alla tradizione delle “satire menippee“, così chiamate dal nome del loro primo autore, Menippo di Gadara: componimenti dai toni decisamente farseschi, senza un evidente scopo edificante.

Per dire: Encolpio, il protagonista, durante il suo viaggio è perseguitato da un dio, come succede a tutti gli eroi epici. Salvo che il dio in questione è Priapo. Che, per chi non lo conoscesse, di epico ha solo le dimensioni del pene (…eh oh, così è!). Simbolo della fertilità, Priapo è sempre stato un dio di quelli un po’ più rustici, bassi, popolani: il dio delle farse e delle rappresentazioni teatrali oscene.
Non sappiamo quale offesa abbia recato Encolpio al dio superdotato. Ma riuscite a immaginare quale sia la sua punizione?

<<Ti prego, dammi una prova, anche piccola, che ci sei!>>
Ma mentre sfogavo così la mia ira, lui…

Lui col capo riverso e gli occhi fisi al suolo
non si mosse minimamente in volto alle mie parole
non più di un lento salice, o del molle collo dei papaveri…

Questo bel momento di dialogo con il membro virile in piena défaillance è uno dei più famosi del Satyricon (e come potrebbe essere altrimenti? :D).

Come celebre è la descrizione della cena di Trimalchione, questo liberto arricchito (/ cittadino parvenu / imprenditore fatto da sé) che vive nello sfarzo più estremo, tra gioielli, delizie, schiavetti e vallette. E perché ancora non c’era il bunga bunga…

Eravamo immersi in tali delizie, quando lui, Trimalchione, giunse trasportato con l’accompagnamento di un’orchestra; e come lo ebbero deposto tra minuscoli guanciali, chi non se l’era aspettato non si trattenne dal ridere. Infatti da un mantello scarlatto sbucava una testa rasata, e intorno al collo – rinfagottato nell’abito – s’era messo un tovagliolo listato di porpora, con frange penzolanti qua e là. Aveva poi al dito mignolo della mano sinistra un grosso anello placcato d’oro, e nell’ultima falange del dito successivo un anello più piccolo che mi pareva d’oro massiccio, ma certo saldato tutto intorno con delle stelle di ferro.

Quello che colpisce dei dettagli lussuosi di Trimalchione è che sono tutti inutili e soprattutto fasulli: l’anello è placcato in oro, l’altro mischia l’oro col volgare ferro…è un lusso montato per somigliare a quello vero. Ma quello che Petronio sembra voler dire è: un balordo resta sempre un balordo, anche se diventa miliardario. E non è una questione di discriminazione sociale o di ricchezza, ma semplicemente di stile. Un ometto di bassa estrazione culturale, arricchitosi oltre misura e diventato padrone di immensi tesori, potrà con essi fare ciò che vuole; potrà comprarsi il lusso, ma non avrà mai lo stile. Non fa altro che collezionare gaffes (<<Ieri non ho servito del vino così buono, eppure avevo ospiti di maggiore riguardo!>>), si cura e trucca in modo ridicolo, si vanta ossessivamente di essersi fatto da sé, ostenta una falsa cultura letteraria e racconta sempre le solite barzellette volgari. Vi ricorda qualcuno?

Di fronte a questa nuova grottesca realtà, il personaggio di Encolpio si muove come una specie di eroe decadente (…in tutti i sensi!), da raffinato, colto rappresentante di quella élite autentica (quella dei tempi di Catullo e soci) che sta perdendo il suo ruolo di punta. Non è altro che l’alter ego di Petronio stesso, il <<giudice d’eleganza>> quale lo ricorda Tacito.

Le notizie sulla vita di questo autore sono incerte, probabilmente proprio a causa della natura licenziosa della sua opera, che ebbe qualche problema con la censura, specie in età cristiana. Ma se diamo fede a Tacito, Petronio stesso fu un personaggio incredibilmente fuori dagli schemi: letterato alla corte di Nerone, accusato di tradimento dal prefetto del pretorio Tigellino, prima di suicidarsi avrebbe scritto un testamento pesantemente diffamatorio nei confronti del prefetto e dell’imperatore, del quale si raccontavano dettagliatamente tutte le perversioni sessuali e i nomi di chi vi era stato coinvolto. [[*Posso rifare il paragone scorretto? Sarebbe un po’ come se Bondi in punto di morte rivelasse tutte le posizioni preferite del premier e i dettagli delle sue feste osé! …Ma il paragone non regge bene, primo perché i dettagli li sappiamo già tutti (quanto ci vorrà perché vengano fuori anche le sue posizioni preferite?), secondo perché qualcuno mi fulmini se Bondi ha un millesimo della cultura e della competenza poetica che aveva Petronio. Ho detto Bondi a caso, perché scrive “poesie”. Chiusa parentesi politica!*]]
Insomma, se Tacito ha detto il vero, Petronio era un uomo a immagine e somiglianza del suo Satyricon.

Il linguaggio del Satyricon è quello che forse ha potuto salvarlo almeno in parte dalla totale dimenticanza. A lungo esso è stato preso ad esempio di estremo realismo, un realismo che dai generi scrittori più alti (anche la prosa ciceroniana o l’epica) piomba nell’uso di espressioni triviali, e non disdegna di fa uso di termini squisitamente popolari, di conseguenza di un latino non scritto ma parlato (quello che di lì a qualche secolo si sarebbe evoluto nelle lingue volgari europee).

Il Satyricon è, sotto molti aspetti, il manifesto di un mondo che si sfalda. Molte sarebbero state, quattro secoli dopo, le ragioni per cui l’Impero Romano avrebbe conosciuto la parola fine. Ai tempi di Petronio una delle tante iniziava soltanto a svilupparsi: la trasformazione profonda della società romana, con i suoi equilibri di forze, i suoi valori fondanti e le sue prerogative.

Ma al di sopra di questo c’è il letterato. Lui vede tutto con l’occhio di chi sa. Non solo: di chi sa e non può far niente.
Il letterato dell’età augustea (per intendersi, Virgilio) era profondamente radicato nella sua realtà politica: quello che scriveva doveva avere un fine, un senso, una morale. Questo perché i nuovi valori che tenevano insieme l’impero avevano bisogno di consolidarsi, anche per mezzo della cultura. Sotto Nerone si governava col terrore. E la morale aveva preso un po’ il largo. È fondamentalmente per questo che la letteratura di età neroniana è per certi versi più “indipendente”: ovvio che non potevi dir male di Nerone, ma lui non ti suggeriva neppure cosa scrivere.

Il Satyricon non ha morale, è puro svago. È una lunga satira menippea. Anche le favole Milesie (racconti a sfondo erotico o farsesco) che vi si raccontano qua e là servono solo a far ridere, e se hanno una morale è quella di non cercare mai una morale nella vita e nel mondo. Anche la casta vedova di Efeso (protagonista di una di queste fiabe) alla fine cede all’amante sulla tomba del marito!

A che serve scrivere della morale se non puoi applicarla al mondo che ti circonda? Un mondo dove i grezzi diventano signori e gli uomini di cultura sono degli emarginati. Dove la fedeltà viene ripagata con le accuse di tradimento.
Meglio farsi una sana risata, con buona pace di Nerone.
Petronio se l’è fatta anche in punto di morte.

Nihil est hominum inepta persuasione falsius
nec ficta severitate ineptius.

Non c’è niente di più falso negli uomini di uno sciocco preconcetto, né più sciocco di una finta severità.”

Lisistrata arringa le donne di Atene, di Aubrey Beardsley

Per prima cosa, la frase del titolo non è mia. Non ricordo più chi l’ha detta, ma è un prodotto (geniale) partorito durante una riunione di EffettiCollaterali. Diciamo che è “nostra”. Sarebbe stato davvero un gran bel titolo da portare in teatro.

CLEONICE: Ma qual è dunque la ragione per cui ci hai convocate qui? Che affare è?
LISISTRATA: Grande.
CLEONICE: E anche grosso?
LISISTRATA: Grosso, sì.
CLEONICE: E allora com’è che non siamo accorse tutte subito?!

Per chi non lo conoscesse, eccolo già presentato: Aristofane doveva essere uno con pochi peli sulla lingua, di quelli che tra amici raccontano sempre le barzellette sconce. Ma era normale: scriveva commedie. Vissuto tra il V e il IV secolo a.C., riscosse un notevole successo in vita: le sue commedie, corali e rocambolesche, univano alla farsa un’esplicita e vibrante polemica. La sua era una satira crudele e graffiante che mirava dritto agli aspetti più ridicoli e paradossali della realtà politica e sociale, alle sue contraddizioni più grottesche, affondandoli con una comicità che prendeva alla pancia. Volendo tentare un paragone un po’ azzardato, oggi forse sarebbe un Luttazzi.

Sarebbe lungo l’elenco dei suoi bersagli. Uno dei tanti fu il democratico Pericle; quello forse più famoso sono i sofisti, di cui si fa beffe nelle Nuvole. Ma le sue accuse non sono mai personali: antagonisti sono uomini, concetti, atteggiamenti che si fanno nemici di Atene, della Grecia, di tutta una serie di valori universali  minacciati; primo fra tutti la Pace, regina assoluta delle sue commedie. Una Pace che Aristofane in prima persona vide sempre come un’utopia lontana, calpestata durante i sessanta sanguinosi anni della Guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta.

Ed è appunto di Pace e di utopia che parla la Lisistrata. Durante la Guerra del Peloponneso, le donne di tutta la Grecia, sobillate dalla carismatica Lisistrata, occupano l’Acropoli per convincere gli uomini a cessare i combattimenti. E a tal fine hanno un piano.

LISISTRATA: Dobbiamo rinunciare…all’uccello. Ma…ehi! Perché vi voltate? Dove credete di andare? Che storcete la bocca? Che scuotete la testa? Cambiate colore, piangete! Lo volete fare o no, perché esitate?

Il piano è uno sciopero del sesso. Le donne sperano che i mariti, provati dall’astinenza, cedano infine alle loro richieste e pongano fine alla guerra. Come suo consueto, Aristofane inquadra l’altra faccia della guerra: le donne ne sono le vittime rimaste a casa, immuni alle sue gloriose attrattive ed esposte solo ai suoi danni. Però l’elemento farsesco è assolutamente irresistibile: il sesso, l’unica arma che le donne sappiano impugnare (e con l’arte più raffinata!) è il motore, il centro propulsore, il fine di tutta l’azione, è la forza devastante che può cambiare le sorti di un popolo. Il sesso è ragione di vita. Non solo per gli uomini, che infine cederanno: le donne, restie all’inizio, provate alla fine, ne sono profondamente dipendenti.

CLEONICE: Qualunque altra cosa tu vorrai. Se è necessario son disposta a camminare in mezzo al fuoco! Ma l’uccello no: niente lo vale, cara Lisistrata.

Questa commedia è il trionfo del sesso in tutte le sue forme, alcune decisamente sorprendenti, se si ha un’idea un po’ romantica del mondo classico. C’è la finzione dell’orgasmo femminile, c’è la tecnica del “farla annusare”, c’è persino un illustre precursore del vibratore.

E da quando i Milesi ci hanno tradito non si vede più nemmeno l’olisbo lungo otto dita, il nostro sollievo di cuoio!

Sono ben intuibili i motivi che hanno un po’ frenato la scelta della Lisistrata per la nostra prossima “stagione teatrale” :). Ma al di là dell’audacia espressiva (che non è un fatto sporadico bensì la norma in questa commedia), la Lisistrata si apprezza soprattutto se se ne conoscono il significato e il contesto. Il sesso come arma contro la guerra, la seduzione come guerra della donna, la Pace come sogno disperato, per cui si farebbe di tutto, un sogno dello stesso Aristofane. L’ironia pungente contro gli inganni altisonanti della guerra, crollati di colpo di fronte ai bisogni più elementari dell’uomo. È tutto questo che fa la differenza in una commedia di Aristofane: senza, più che un Luttazzi sembrerebbe un Boldi.

Alla fine tutto si risolve con un poco storico lieto fine. Spartani e Ateniesi non ne possono davvero più e i falli eretti dei loro ambasciatori ne sono i testimoni più eclatanti sulla scena. Chissà, forse Aristofane sperava che a forza di raccontare in teatro storie in cui finiva la Guerra (storie tra l’altro amate da tutti e che vincevano gli agoni teatrali), la Guerra finisse davvero. Come una specie di magia.

Certo, se si cerca di immaginare la Lisistrata oggi, non potrebbe essere la stessa storia. Oggi il sesso è un’arma per lo più personale, finalizzato semmai al proprio interesse, non certo al bene collettivo.
Forse andrebbe riscoperto nel senso che gli attribuivano gli antichi. Forse in questa nuova-antica veste, come energia primordiale della vita e per la vita, come forza creatrice e principio irrinunciabile del nostro essere umani, potrebbe davvero cambiare molte cose.