Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

Annunci

Porpora. Della Colchide.

“Sai, Andromaca? Forse, in mezzo a tutta questa porpora, il tuo futuro sposo non si accorgerà che hai le gambe leggermente storte. Non sei convinta? Poco male. Le fanciulle in età da marito non devono per forza essere convinte.”

Però. Però, quando ti vidi per la prima volta, inaspettatamente, fu come se non riuscissi a vedere in te il mio signore. Negli occhi non avevi la superbia di un principe, né la ferocia di un guerriero, ma solo la dolcezza e l’imperfezione di un uomo.
Io arrossii. Sì. Mi accorsi che in realtà temevo che non ti sarei piaciuta.

E domani sarà la guerra.
Ho paura, Ettore.
No. Sono gelosa.
Sono gelosa del tuo destino. Perché so che se tu sceglierai lui, a me non rimarrà più nulla.

Passerà la guerra, e si porterà via il tuo respiro.
Il tuo corpo, quel corpo che ho amato, lo vedrò trascinato sulla polvere del campo di battaglia.
Io vagherò, striscerò tenendomi col ventre aggrappata all’ultimo percorso che il tuo corpo avrà tracciato su questa terra, masticando la pietra, respirando la polvere, finché qualcuno di questi Greci non mi porterà via.

Sarai un simbolo, Andromaca. Un simbolo d’Amore. Ricorderanno il tuo saluto, e l’elmo dorato, e il pianto del tuo bambino, e poi più nulla. E su di te scriveranno solo tragedie.

Forse non mi importa del futuro.

Anche fra le braccia della Terra, mio Ettore, o sulla penna dei tragediografi, anche così mi va bene. È solo questo che desidero.
Ciò che fu il mio passato, ciò che pretendo continui ad essere il mio eterno, immobile

presente.

 

***

***

***

Per chi avesse voglia di seguirci:
http://compagniaeffetticollaterali.wordpress.com/2013/07/17/la-guerra-di-troia-non-si-fara-ninfeo-della-villa-del-mulinaccio-vaiano/

Questa è un’altra delle mie ultime fatiche in fatto di videoproduzione, un campo che mi sta dando parecchie soddisfazioni, devo dire anche grazie alla collaborazione con artisti che sanno il fatto loro.

L’opera del B.A.C.O. Ensemble (Vania Coveri – Voce; Iacopo Castellani – Chitarre, Guitar Synth, letture; Giordano Ducci – Basso, musica elettronica, violino Synth; Massimiliano Lucani – Batteria, percussioni) rientra nel campo di quel che si chiama Postmodern Art Mouvement e mira a “introdurre nell’ interpretazione di un testo – sussurrato, declamato se non addirittura scagliato verso il pubblico- maggiori elementi di significazione il cui vettore sia appunto la musica, integrata e pensata per il contesto narrativo.” (da www.bacoensemble.com)

Le parole e la musica si incontrano per arrivare ad uno scopo comune. In questo caso, però, ciò accade in un modo molto diverso rispetto ad una semplice canzone. In una canzone le parole diventano musica; qui le parole rimangono parole, nella fragilità e al tempo stesso nella profonda forza che sanno esprimere soltanto nella loro forma originaria, ossia come discorso. Ed è nella forza e nell’efficacia del discorso diretto che viene a inserirsi la musica, come quel “tra le righe” che è sempre ravvisabile nelle frasi dette. La musica è il “non detto” ed è al tempo stesso è un tutt’uno col “detto”, ne asseconda i movimenti e le tendenze, ne descrive il sentimento, specie laddove le parole vengono pronunciate in modo secco, scarnificato, nudo di qualsiasi interpretazione. Oggettive, riempite dalla musica di quel significato che sembrano – sembrano soltanto – non voler esprimere.

Il primo lavoro dell’Ensemble ruota intorno alla vicenda di uomo e di una donna, e all’incomuncabilità che si instaura durante le fasi dell’innamoramento. Liberamente NON tratto da Romeo e Giulietta, “Nonostante noi ci incontriamo” potrebbe idealmente rappresentare la parte meno conosciuta della loro vicenda:
“Noi parleremo di Romeo e Giulietta. Poi si chiameranno Montecchi e Capuleti, ma questo a noi non interessa. Sono un uomo e una donna.”

<<Quanto manca ancora?>> lamentò sua Maestà la Regina Rakel. <<Ho i piedi congelati, la mia milza medita oscuri intenti sediziosi e per di più debbo orinare.>>
<<Ve l’avevo detto io, di farla in quel cespuglio nei pressi di Ghaal Tshana>> disse Dan, il mercenario. <<Ora siamo in piena steppa e non troverete un cespuglio nemmeno a pagarlo oro!>>
<<Almeno vi sarà una latrina, al palazzo di Poggio di Caio…>>
<<Impossibile>> intervenne Capitan O’Pony. <<Non ci sono latrine in quel di Poggio.>>
Fu un’affermazione che sconvolse gran parte della Compagnia.
<<Come sarebbe? E perché?>> squittì istericamente la Marchesina Elys.
<<Perché gli abitanti del Poggio ritengono che le latrine siano cosa poco nobile.>>
<<Poco nobile?>> ribatté la Regina. <<Mi domando come sbrighino costoro i propri bisogni…>>
<<Ci sono gli Scarichi Comuni>> disse prontamente Judith.
<<Scarichi Comuni?>> La Regina aveva distorto la bocca così tanto che somigliava ad un Troll.
<<Certo!>> Johan Solynndas, il Menestrello, improvvisò due accordi con il liuto.
<<Se dallo Prato al Caio Poggio giungi
troppo non ti sostar in Tangenziale
che del Comune Scarico ancestrale
il nobile fetor sen vien da lungi…>>
<<D’accordo, ho capito benissimo>> lo interruppe Rakel, guardandosi attorno. <<Adotterò misure estreme a tali estremi mali. Orsù, voltatevi.>>
Subito obbedirono volgendo i propri occhi verso l’orizzonte, là dove il sole moriva nascondendosi tra le colline. Si scorgeva da quella posizione il Bivio della Morte, immerso nel buio e nell’umido di una paludosa foresta. A destra s’andava per il Regno di Se’ Ano, dove era uso tra gli abitanti rivolgersi offese pesanti come saluto. Una tradizione che in tempi remoti era stata in uso  anche nel pacifico Regno di Vaiyan, che infatti in origine si chiamava Vai’ Ano.
A sinistra, invece, si prendeva quella via che salendo conduceva al Poggio di Caio, originariamente “Poggio di Gaio”. Anche su questo nome v’è una storia, ma non c’è tempo ora di narrare di Cosimo il Gaio e dei suoi 40 cortigiani (tutti maschi).

<<Bene, ho finito.>> La Regina Rake riprese la marcia assieme ai suoi compagni.
<<Muoviamoci>> disse Capitan O’Pony. <<È già la sera del 3 di Febbraio e il Poggio dista quasi un giorno di viaggio. Non vorrete arrivare tardi al nostro solo e unico ingaggio del mese.>>

S’incamminarono nel bel mezzo della steppa.
<<Ma il pubblico?>> chiese Dan mentre ripartivano. <<Qualcuno sa del nostro pubblico?>>
<<Mah, il Sovrintendente ha parlato di un centinaio di cortigiani>> rispose O’Pony, <<Che sono ansiosi di farci una gran festa.>>
<<Cortigiani?>>
<<Sì.>>
Ormai faceva buio sulla strada per il bivio.
<<…Tutti maschi.>>

 

Ok, tutto ciò per informarvi che venerdì 4 febbraio alle ore 20.00 gli EffettiCollaterali saranno sul palco del Circolo Arci ex Backdoors di Poggio a Caiano per una replica del fortunato spettacolo “Lo Scampolo!
Un allegro aperitivo in compagnia e un’oretta di spettacolo tutto da gustare.
…E non preoccupatevi, niente cortigiani!!

Beccatevi il promo a questo indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=3quHpMqYci0

Prometeo Incatenato

Dato che l’ultima volta ho parlato di commedia, adesso è l’ora di spararsi un po’ di sano pathos tragico.

Vi siete mai chiesti per quale motivo si dice proprio “fare la tragedia greca“? In realtà è un motivo stupido: la tragedia è un prodotto tutto greco, tipico greco e mai più riproposto con lo stesso effetto che sapevano darle i greci. È un po’ come se gli italiani volessero fare il pulp come lo sanno fare gli americani. I latini che l’hanno imitata hanno fatto dei capolavori, ma erano ben lontani dai sentimenti che animavano il mondo greco nelle sue viscere.

Nata come un rituale, la tragedia non ha mai perso il suo carattere sacrale: veniva rappresentata in un momento speciale dell’anno (le feste di Dioniso) e in uno spazio consacrato. Divenne rapidamente un fenomeno cittadino importante, tanto da richiedere per l’allestimento il finanziamento da parte dei cittadini più ricchi: faceva parte delle cosiddette liturgie, le spese considerate di interesse pubblico. Insomma, era un elemento sentito come irrinunciabile nella vita cittadina. Immaginate la comunità ateniese che assiste tutta assieme all’ultima rappresentazione dell’Antigone di Sofocle come l’evento più importante dell’anno. Era così.

Perché vi assistevano?
La tragedia non era esattamente “divertente”: parlava di un mito conosciuto, ma era soprattutto una catastrofe umana. Si trattava di un’esperienza terribile da vivere in massa: lo scopo era la catarsi, la purificazione dal male. Un grande rito collettivo. Questo ipse (Aristotele) dixit.
Ma c’era anche dell’altro: la tragedia portava in scena la realtà cittadina stessa. A teatro, sotto metafora mitologica, si parlava di politica: dei fondamenti del potere, delle leggi umane e divine. (Basti pensare all’Antigone, dove le leggi della città impediscono all’eroina la sepoltura del fratello: l’esempio più antico di conflitto tra individuo e sovrastruttura!) Era insomma un modo per confrontarsi politicamente in un luogo pubblico.

Politica a parte, la gente a teatro assisteva alla parabola del pessimismo.
Del resto, la tragedia è un eterno cadere, in cui niente è recuperabile. Che sia da un punto di vista politico o esistenziale, una volta che si sono rotti gli equilibri iniziali, la situazione non può far altro che precipitare fino ad un epilogo che è tutto sommato liberatorio.
E la grande, indiscussa protagonista di questa caduta libera è lei: l’esistenza umana.

Crogioliamoci allora in questa profonda negatività, con quello che è stato il primo e il più grande (a detta degli antichi) maestro del dolore tragico.

Eschilo è il primo della famosa “triade tragica” (Con Sofocle ed Euripide) e inventore della trilogia (proprio così, prima ancora di Tolkien! :D). Le sue tragedie (con cui vinse ben 13 volte gli agoni teatrali) erano cicli a tre fasi. La trilogia più celebre è l’Orestea (l’unica completa), che tratta dell’uccisione di Agamennone, il condottiero acheo di ritorno dalla guerra di Troia, da parte della moglie Clitennestra (Agamennone) e della successiva vendetta del figlio Oreste sulla madre (Coefore, Eumenidi).

In Eschilo i personaggi mitici si muovono in mezzo a forze universali spesso più grandi di loro: la giustizia, la vendetta, l’odio, il destino. Qualunque cosa facciano, qualunque decisione prendano, la loro è una lotta impari contro un fato che li stringe. E a nulla vale conoscere il futuro, come (non poteva mancare!) Cassandra:

Affermo che tu assisterai alla morte di Agamennone. Ma a queste parole non soccorre un rimedio.

Un destino funesto è spesso la punizione divina per un comportamento arrogante: niente di diverso, se vogliamo, alla cacciata dall’Eden. Così il titano Prometeo è punito da Zeus per essersi sostituito a lui, offrendo doni all’umanità. Anche lui conosce il futuro, e le catene che lo legano alla rupe sono la metafora immensa e fortissima dell’impotenza dell’uomo di fronte all’inevitabile.

Ahimè, piango su questo dolore e su quello futuro. Sorgerà mai il giorno che dev’essere termine al mio soffrire?
Ma che dico? Io conosco in anticipo quanto accadrà, in ogni dettaglio: nessun male mi giungerà inatteso. Con pazienza infinita deve sopportare la sorte che gli è destinata colui che conosce l’invincibile forza del Fato.

È un’umanità grande quella che emerge dalla tragedia di Eschilo, un’umanità capace di grandi sogni, che per la propria libertà è disposta a combattere pur sapendo che sarà invano.
Ma sarebbe un errore considerarla una riflessione moderna e positivistica sulla libertà individuale: il fine della tragedia, non dimentichiamolo, è la sconfitta. I Greci erano anche maestri del libero pensiero, ma in materia di esistenza erano i più decisi pessimisti. Ed è proprio questo che prende, che trascina della tragedia: il dolore che avanza, che si fa più grande ad ogni mossa dei protagonisti, come una trappola che si stringe sempre di più.

Mai, in futuro, si sarebbe giunti a una rappresentazione così assoluta del dolore. Shakespeare ha scritto tragedie meravigliose, ma non assolute: troppo contestualizzate, inserite in un quadro che spiegava fin troppo bene il motivo della sofferenza.
Nella tragedia greca non c’è un motivo per la sofferenza, l’uomo stesso è continua sofferenza. C’è un male universale che non si ferma neppure di fronte all’amore tra madri e figli o all’affetto fraterno.

CLITEMNESTRA: Fermati, figlio, abbi rispetto, creatura mia, di questo seno, al quale tante volte tu, pieno di sonno, hai succhiato fra le labbra il dolce latte della vita!
ORESTE: Tu, l’assassina di mio padre, vorresti invecchiare con me?
CLITEMNESTRA: Di quello, figlio mio, fu complice il Fato.
ORESTE: Anche la tua morte, infatti, l’ha preparata il Fato.
(Coefore, 896-913)

E’ un male immobile ed eterno, come immobile è la coscienza umana: legata, costretta, muta.

E tutto questo espresso in quella lingua arcaica e solenne, che a volte fa sorridere, specie se un po’ calcata dagli “attoroni”, ma che è l’unica capace di dar vita a immagini così mostruosamente vicine alla perfezione: parole che salgono al cielo, che riempiono i polmoni, di quelle da sindrome di Stendhal.
Semplicemente: la bellezza.

O volta del cielo splendente, o venti dalle rapide ali,
sorgenti dei fiumi e tu, mare – sorriso infinito di onde – e tu, terra, d’ogni cosa madre,
tu, occhio del sole che tutto vedi, io vi supplico:
guardate quali dolori soffro per gli dèi, io che pure sono un dio!
(Prometeo incatenato, 88-92)

Il sole tramontava dietro il profilo della Valle. Contro la luce sanguigna si stagliavano due lunghe, isolate figure spettrali: l’Artiglio della Briglia e la Pala dell’Eolico.
La Contessa Judith guardò il cielo e pensò che presto sarebbe arrivata la notte. Si sa che la notte è il momento preferito dagli oscuri emissari dell’Ugly Mill. E quella era una notte particolarmente buia per i paladini del teatro.

<<Abbiamo un ingaggio>> informò il grande Capitano O’Pony. Stringeva fra le mani una lettera spiegazzata, col sigillo rosso del Re. La porse alla Tesoriera, che subito la osservò con sospetto.
<<Il Re si è finalmente deciso?>> chiese.
<<Sì>> rispose O’Pony. <<Lo Scampolo andrà in scena entro la fine dell’anno.>>
Si levarono mormorii di perplessità. Erano anni che lottavano per quell’incarico, e ora sembrava tutto fin troppo facile.
<<Quanto pagar dovremo?>> stornellò sir Solynndas, il menestrello, accompagnandosi col suo liuto.
La Sacerdotessa Sylva prese la lettera e cominciò ad esaminarla.
<<Sembra niente.>>
<<Impossibile!>> esclamò Capitan O’Pony.
La lettera passò nelle mani del mercenario Dan. <<Qui dice che saremo pagati noi>> disse lui con una risata sarcastica.
<<È di sicuro una trappola!>> sentenziò la Tesoriera S’Reena, sfoderando la spada e guardandosi intorno, come aspettandosi da un momento all’altro di veder comparire un Troll.
Seguì un teso silenzio. Poi il mercenario disse:
<<C’è un poscritto in carattere 3.>>
<<Che dice?>>
<<Qualcuno di voi ha un microscopio?>>
<<Siamo in un racconto fantasy, non ci sono i microscopi!>>
<<Vabbè, se è per questo neanche le Pale dell’Eolico!>>
<<Insomma, come facciamo a leggere qua?>>
<<Ci penso io>> disse la Fattucchiera Marthissa. Prese il foglio, vi appose una mano e recitò una delle sue lunghe e pallose litanie in latino.
Quando ormai tutti ne avevano le scatole piene e stavano per andarsene, Marthissa esclamò: <<Ci siamo!>>
Subito le parole in poscritto si allargarono a carattere 36. A chiare lettere era scritto:
LO SCAMPOLO ANDRÀ IN SCENA QUANDO LA SUPERCAZZOLA PREMATURATA FARÀ IL SUO INGRESSO TRIONFALE NEL REGNO DI VAIANO COME SE FOSSE ANTANI.
<<Ah. Simpatici.>> Il Capitano Opony rimase visibilmente irritato. <<Non c’è altro?>>
<<Sì, c’è dell’altro>> disse Marthissa. <<“SCHERZI A PARTE, LO SCAMPOLO ANDRÀ IN SCENA A CONDIZIONE CHE ENTRO LA FINE DELL’ANNO SIA COSTITUITA UNA SCUOLA PER I 458 NANI CHE VOGLIONO FARE TEATRO”>>
Un unico gemito disperato si levò da tutta la Compagnia.
<<Lo sapevo! C’è lo zampino del Mill!>> disse S’Reena.
<<E che problema c’è? Facciamo fare teatro ai Nani!>> disse sir Solynndas, strimpellando due accordi.
<<Sei matto? Non ti ricordi l’ultima volta?>> disse la Marchesa Elys. <<Ci hanno distrutto tutti i costumi di scena!>>
<<E nemmeno ci stavano a sentire!>> disse Judith. <<C’era quello che voleva fare la ballerina, quello che voleva per forza fare due ruoli…>>
<<…Alla fine venne fuori uno spettacolo che sembrava la Guerra di Secessione!>> disse la Regina Rakel con voce acuta. <<E poi…sono 458!>>
Il Capitano O’Pony li zittì con un cenno della mano. Ormai il sole era quasi del tutto tramontato e solo una tenue luce rossa bagnava i loro pallidi profili.
<<Comprendo il vostro terrore>> disse il Capitano, <<Ma abbiamo giurato di affrontare qualsiasi pericolo, anche il più terribile. E lo faremo, in nome della nostra missione. Andiamo a scrivere il progetto.>>
La sua figura si stagliò imponente contro il cielo. Un nuovo, insidioso viaggio aveva inizio.

Lisistrata arringa le donne di Atene, di Aubrey Beardsley

Per prima cosa, la frase del titolo non è mia. Non ricordo più chi l’ha detta, ma è un prodotto (geniale) partorito durante una riunione di EffettiCollaterali. Diciamo che è “nostra”. Sarebbe stato davvero un gran bel titolo da portare in teatro.

CLEONICE: Ma qual è dunque la ragione per cui ci hai convocate qui? Che affare è?
LISISTRATA: Grande.
CLEONICE: E anche grosso?
LISISTRATA: Grosso, sì.
CLEONICE: E allora com’è che non siamo accorse tutte subito?!

Per chi non lo conoscesse, eccolo già presentato: Aristofane doveva essere uno con pochi peli sulla lingua, di quelli che tra amici raccontano sempre le barzellette sconce. Ma era normale: scriveva commedie. Vissuto tra il V e il IV secolo a.C., riscosse un notevole successo in vita: le sue commedie, corali e rocambolesche, univano alla farsa un’esplicita e vibrante polemica. La sua era una satira crudele e graffiante che mirava dritto agli aspetti più ridicoli e paradossali della realtà politica e sociale, alle sue contraddizioni più grottesche, affondandoli con una comicità che prendeva alla pancia. Volendo tentare un paragone un po’ azzardato, oggi forse sarebbe un Luttazzi.

Sarebbe lungo l’elenco dei suoi bersagli. Uno dei tanti fu il democratico Pericle; quello forse più famoso sono i sofisti, di cui si fa beffe nelle Nuvole. Ma le sue accuse non sono mai personali: antagonisti sono uomini, concetti, atteggiamenti che si fanno nemici di Atene, della Grecia, di tutta una serie di valori universali  minacciati; primo fra tutti la Pace, regina assoluta delle sue commedie. Una Pace che Aristofane in prima persona vide sempre come un’utopia lontana, calpestata durante i sessanta sanguinosi anni della Guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta.

Ed è appunto di Pace e di utopia che parla la Lisistrata. Durante la Guerra del Peloponneso, le donne di tutta la Grecia, sobillate dalla carismatica Lisistrata, occupano l’Acropoli per convincere gli uomini a cessare i combattimenti. E a tal fine hanno un piano.

LISISTRATA: Dobbiamo rinunciare…all’uccello. Ma…ehi! Perché vi voltate? Dove credete di andare? Che storcete la bocca? Che scuotete la testa? Cambiate colore, piangete! Lo volete fare o no, perché esitate?

Il piano è uno sciopero del sesso. Le donne sperano che i mariti, provati dall’astinenza, cedano infine alle loro richieste e pongano fine alla guerra. Come suo consueto, Aristofane inquadra l’altra faccia della guerra: le donne ne sono le vittime rimaste a casa, immuni alle sue gloriose attrattive ed esposte solo ai suoi danni. Però l’elemento farsesco è assolutamente irresistibile: il sesso, l’unica arma che le donne sappiano impugnare (e con l’arte più raffinata!) è il motore, il centro propulsore, il fine di tutta l’azione, è la forza devastante che può cambiare le sorti di un popolo. Il sesso è ragione di vita. Non solo per gli uomini, che infine cederanno: le donne, restie all’inizio, provate alla fine, ne sono profondamente dipendenti.

CLEONICE: Qualunque altra cosa tu vorrai. Se è necessario son disposta a camminare in mezzo al fuoco! Ma l’uccello no: niente lo vale, cara Lisistrata.

Questa commedia è il trionfo del sesso in tutte le sue forme, alcune decisamente sorprendenti, se si ha un’idea un po’ romantica del mondo classico. C’è la finzione dell’orgasmo femminile, c’è la tecnica del “farla annusare”, c’è persino un illustre precursore del vibratore.

E da quando i Milesi ci hanno tradito non si vede più nemmeno l’olisbo lungo otto dita, il nostro sollievo di cuoio!

Sono ben intuibili i motivi che hanno un po’ frenato la scelta della Lisistrata per la nostra prossima “stagione teatrale” :). Ma al di là dell’audacia espressiva (che non è un fatto sporadico bensì la norma in questa commedia), la Lisistrata si apprezza soprattutto se se ne conoscono il significato e il contesto. Il sesso come arma contro la guerra, la seduzione come guerra della donna, la Pace come sogno disperato, per cui si farebbe di tutto, un sogno dello stesso Aristofane. L’ironia pungente contro gli inganni altisonanti della guerra, crollati di colpo di fronte ai bisogni più elementari dell’uomo. È tutto questo che fa la differenza in una commedia di Aristofane: senza, più che un Luttazzi sembrerebbe un Boldi.

Alla fine tutto si risolve con un poco storico lieto fine. Spartani e Ateniesi non ne possono davvero più e i falli eretti dei loro ambasciatori ne sono i testimoni più eclatanti sulla scena. Chissà, forse Aristofane sperava che a forza di raccontare in teatro storie in cui finiva la Guerra (storie tra l’altro amate da tutti e che vincevano gli agoni teatrali), la Guerra finisse davvero. Come una specie di magia.

Certo, se si cerca di immaginare la Lisistrata oggi, non potrebbe essere la stessa storia. Oggi il sesso è un’arma per lo più personale, finalizzato semmai al proprio interesse, non certo al bene collettivo.
Forse andrebbe riscoperto nel senso che gli attribuivano gli antichi. Forse in questa nuova-antica veste, come energia primordiale della vita e per la vita, come forza creatrice e principio irrinunciabile del nostro essere umani, potrebbe davvero cambiare molte cose.