Gli angoli della bocca della Somma Leriel erano ormai immobili in quell’espressione fredda e confortante al tempo stesso, quella che Estelin aveva imparato a conoscere e, in alcuni momenti, persino a cercare. Quell’espressione che sapeva dare non una risposta, ma certo un senso alle sue domande.

<<Alcuni giorni si somigliano, Estelin-mael. Sono sicura che comprendi. Un lungo bagno freddo nel fiume, aggrappata a un mantello. Un addio gridato senza parole dalla riva del Delta, osservando quel che amiamo esser portato via da noi per sempre dal vasto mare. Sai dirmi quanto sono diversi? Sapresti contare le differenze che riconosce il tuo cuore? Potresti tentare per anni senza trovare nient’altro che sciocchi dettagli di superficie. E il perché lo conosci già. È questo, solo questo, l’unico motivo per cui sei qui. Perché tutto questo si somiglia. Perché viaggia con te. Da sempre. Da quando sei al mondo. E lo farà finché lascerai che sia così.>>

Estelin era in piedi, ma avrebbe tanto voluto sedersi. Taceva attonita, ma avrebbe voluto piangere ancora. Eppure sentiva che né l’una né l’altra cosa le appartenevano più.

<<Questo viaggio ci offre giorni di sole e di dolcissimo vento>> proseguì la Venerabile, afferrando con le sue mani leggere l’incensiera di madreperla. Soffiò lievemente su di essa facendone sprigionare un sottile fumo rosso. <<Tramonti che fanno tremare l’anima. Sorrisi che la rapiscono. Abbracci che la illudono di essere al capolinea del suo percorso nel mondo. E tutto questo è reale e vivo. E meraviglioso.>>

Un’altra lenta esalazione d’incenso. Gli occhi di Leriel si soffermarono sulle linee rosse che avvolgevano l’altare.

<<Poi, un giorno, piomba il buio. Ma non è certo un buio come quello che si annuncia al tramonto e che si ripete ogni volta, così sereno e disponibile, da prevedere e possedere. No, mia cara. È un buio del tutto incurante di noi. Fatto di silenzi e di cose che non sappiamo. Un mantello chiazzato di sangue, una fuga improvvisa: che differenza fa? È buio. E non lo sarebbe altrimenti. Siamo al buio. Tutto è buio. Ed è così naturale cercare di comprenderlo che da quel momento ogni nostra energia si concentra nel tentativo di dargli una spiegazione, di riempirlo di parole e di azioni. Vogliamo farlo nostro, crediamo di essere in grado di accendervi una luce. Ciò che comunemente chiamiamo “disperazione” non è altro che una speranza, la più violenta che abbiamo, cieca e irragionevole, che distrugge ogni nostra possibilità di vivere davvero. Disperatamente – così diciamo, in realtà violentemente sperando – deviamo i nostri cammini alla ricerca di una luce che non c’è, e solo chi ha la fortuna di arrivare dove sei tu ha l’opportunità di comprendere finalmente il suo errore. C’è chi vive innumerevoli vite solo aspettando, e questi sono gli esseri che meno comprendono il senso del loro viaggio. Chi vive cercando ininterrottamente è certo più vicino di questi ultimi, ma non ancora consapevole. Occorre passare attraverso ogni stadio per giungere alla verità. Chi conosce la vera disperazione, questa parola per secoli disprezzata e misconosciuta, l’unica sorgente di conoscenza, costui è il più vicino. La tua ricerca è quasi conclusa, Estelin-mael. Ecco il tuo buio. È questo il Confine. Il Confine tra ciò che è e ciò che non è. Tra quel che hai sempre creduto sulla Morte e sulla Perdita e quello che esse sono in realtà.>>

Estelin non aveva parole. Continuavano a salire e scendere in un canale che non sapeva localizzare. Puntò gli occhi sugli archi sopra di sé, sulla volta stellata del Tempio, nel tentativo di cacciare indietro ogni lacrima rimasta, di non pensare di aver vissuto solo un lungo e inutile errore.

<<So cosa provi>> disse la Somma Leriel. <<E so che non puoi credermi adesso, ma presto sarai felice. Tutto ciò che hai fatto finora ti ha condotta qui, mia cara. Ogni singolo giorno. Adesso sai perché sei venuta al mondo, ed è il motivo per cui la maggior parte di noi è qui. Tutti dobbiamo vedere il Confine prima o poi, perché la Vita, il Bene e l’Amore possano davvero avere altrettanto senso che la Morte e l’Indifferenza. Amare significa accettare che chi si ama possa scomparire da noi. Non possediamo nulla di tutto ciò che ci viene dato. Ogni cosa, ogni persona vive sul Confine e appartiene al Confine. Se possediamo il Confine, non abbiamo bisogno di cercare la luce. Essa sorgerà da sola, lentamente, e sarà bella in modo incomparabile a qualunque luce tu abbia mai visto. E quella luce, Estelin, non si spegnerà mai più.>>

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In questo periodo, forse per colpa della tesi, mi sono fissata con i boschi. Siccome l’argomento mi ispira tanto, preparerò un post su come il bosco assuma aspetti diversi nella letteratura, non solo greca e latina, ma anche moderna (e fantasy).

Nel frattempo, vi regalo la bellissima descrizione di una selva ispanica nei pressi di Marsiglia, tratta dalla Pharsalia di Lucano (3.399-425). Che poi è il brano che mi ha ispirato l’ultimo post.
Ah, tra l’altro, prossimamente anche un resoconto completo della Pharsalia, visto che secondo me Lucano era uno che decisamente sapeva scrivere…

C’era un bosco sacro, da tempo immemore rimasto inviolato,
che racchiudeva tra i suoi rami intrecciati, alti a schermare il sole,
un’aria oscura e gelide ombre.
Non i Pan agresti, né i signori delle selve,
i Silvani, né le Ninfe lo abitavano, ma erano luogo
di cerimonie e riti barbari; vi si ergevano sinistri altari
e ogni albero si cospargeva di sangue umano.
Se è degna di qualche fede l’antichità, che provò stupore per il divino,
persino gli uccelli temevano di sostare su quei rami
e le fiere di coricarsi nei paraggi; e neppure il vento
s’abbatteva su quelle selve, né la folgore scatenata
dalle nubi nere; ma esposti a nessun vento
gli alberi tremavano di un brivido proprio.
Acqua abbondante scorreva da nere fonti, e le lugubri statue degli dèi
erano prive d’arte, intagliate rozzamente nei tronchi.
Il fetore e il pallore degli alberi putrescenti
dava sgomento; non era il timore che suscitano
gli dèi consacrati nelle statue tradizionali: per quanto infatti si temano gli dèi,
è il non conoscerli che fa più grande il terrore.
Si narrava che spesso le profondità delle caverne muggissero
per i terremoti; che i tassi abbattuti risorgessero;
che, senza alcun incendio, le selve talvolta brillavano;
e i serpenti avvolgevano i tronchi, strisciando…
Le genti non frequentavano quel luogo per celebrare culti:
l’avevano lasciato agli dèi. Quando Febo è a metà del suo corso
o la nera notte occupa il cielo, lo stesso sacerdote teme di addentrarvisi
per paura d’imbattersi nel Signore del Bosco.

(Pharsalia, 3.399-425)

Mi persi all’improvviso, in un momento che non riesco a ricordare. Non so perché, non so come accadde.

Soltanto il frettoloso rumore di uno sbatter d’ali riuscì a destarmi dal torpore. Fino a quel momento la mia testa s’era come spenta, addormentata mentre il corpo continuava a camminare.
I miei passi si erano rincorsi senza sosta, ma i sensi assopiti non percepivano nulla di ciò che mi lasciavo dietro, né di dove esattamente stessi andando. E non sarei più riuscito a capire dove mi trovavo: non ora che tutti i punti cardinali avevano lo stesso aspetto, che dovunque io volgessi gli occhi non c’erano che stretti e neri percorsi tra gli alberi.
Dovunque intorno a me, vie buie si allontanavano passando in mezzo ai tronchi sottili, simili a bianchi corpi di donna, scomparendo poi alla vista in un groviglio di viaggi verso un’unica oscurità.

Una cosa era certa: avevo perduto tutti i miei compagni. Forse se n’erano andati senza di me per la giusta via; o magari anche loro avevano perso d’improvviso, come me, la cognizione del Tempo e dello Spazio, finendo per addentrarsi nel folto di quel bosco.

Dieci giorni avevamo sostato al limitare di quella foresta. Avevamo convenuto di non attraversarla, questo lo ricordo bene. Il capitano si era lasciato infine convincere dalle nostre riserve. O forse anche lui in fondo temeva quell’alito gelido che si alzava di tanto in tanto dalle fronde nere. Sì, avevamo deciso di non passare per il bosco.
E allora, perché mi trovavo lì? Soltanto io vi ero entrato? O avevo seguito la truppa?

E ora. Ora il gelo di quella brezza mi avvolgeva. Ora i miei sensi m’ingannavano. Vedevo tenui bagliori sulla strada di fronte a me, bagliori incerti, abissali. Erano come quei riflessi che nascono sul fondo del mare, senza una ragione, lontani centinaia di braccia dalla superficie. Bagliori orfani di luce.

Anche il mio udito delirava. C’era un suono continuo, grave, ovattato. O l’immaginavo io? Si propagava nell’aria che mi avvolgeva, proprio in quei pochi centimetri d’aria che stavano fra me e l’albero più vicino. Voci di lenti movimenti da qualche parte sotto la superficie della terra, segnali di immobili abitatori del sottosuolo.
Ora più forte ora più piano, quelle voci di vite a me sconosciute venivano a ronzarmi nella testa, a ondate. Mi sembrava, a momenti, di udire qualcuno respirare intensamente. Forse era la Terra stessa, era lei a respirare: su e giù, fuori e dentro. Ed io ero al centro di quel grande e mostruoso respiro.

Presi fiato. Guardai le mie mani e per la prima volta mi resi conto di sanguinare. Non sentivo alcun dolore, eppure avevo i palmi coperti di sottili rivoli di liquore scuro. Non avevo più i miei guanti di pelle e anche i bracciali di ferro dell’armatura erano scomparsi. M’era rimasta solo la corazza e non era neppure tutta intera: spaccata su un fianco, si teneva ancora chiusa grazie ai lacci di cuoio. Istintivamente mi tastai entrambi i fianchi: niente spada, solo il fodero vuoto. Fui preso dallo sgomento. Ero solo, ferito e disarmato al centro di una foresta inesplorata.

Mi chiesi perché. Perché mia madre avesse tanto insistito per farmi arruolare nell’esercito del Re. Perché fossi nato Umano, senz’altro potere che la mia spada a difendermi. Fossi stato uno di quei potenti Druidi degli Elfi abitatori delle foreste di Amel, quelli che con un solo cenno degli occhi sanno far tacere il canto degli uccelli, fossi stato uno di loro non avrei dovuto temere nulla. Un solo gesto della mia mano e i tronchi si sarebbero piegati come devoti in adorazione. La luce di nuovo libera, la foresta spalancata al mio passare.

Feci qualche passo in una direzione a caso. Non so per quanto tempo ero rimasto fermo in quel punto. Guardai di nuovo le mie mani. Avrei voluto pulirle in qualche modo, ma temevo i veleni delle piante selvatiche. Il sangue aveva un odore pungente. Non scorreva e continuavo a non sentir dolore, così strofinai una mano con l’altra per cercare dove fosse la ferita.
Ma non ce n’era nemmeno una.
L’odore del sangue si fece ancora più forte. L’osservai disgustato, con in testa già un orribile pensiero. Mi voltai a destra e a sinistra più e più volte, sentendomi impallidire. Qualcosa mi colava giù dalle tempie e non avrei saputo stabilire se fosse sudore oppure altro sangue. L’odore era così intenso che me ne sentivo impregnato, credevo di avere sangue addosso, dappertutto. E forse non era il mio.

Il cuore già iniziava a galoppare. Ansimando, presi a correre in una direzione a caso. Le mie gambe si muovevano con l’agilità di sempre, e questo era strano perché quasi non le sentivo. Se non le avessi viste coi miei occhi, avrei giurato di averle perse da qualche parte nel bosco.

La Terra raddoppiava i miei spasmi col suo respiro profondo. Urtai un ramo, poi un altro. Mi fermai più di una volta per guardare dove stavo andando, ma era tutto inutile, ne ero consapevole: una direzione valeva l’altra.

M’inginocchiai e rimasi fermo, non ricordo più per quanto tempo. Sembrò che passassero ore, giorni.
Ero perduto e una sola speranza mi restava ormai. Mi augurai la morte, e lo dissi. Lo feci prima sussurrando, poi a voce alta. Dissi che desideravo morire.

Poi accadde. Improvvisamente cominciai a sentire su di me gli sguardi avidi di mille occhi rintanati nell’ombra. Le foglie e i rami stessi, anche i nodi dei tronchi avevano occhi, ed erano tutti puntati su di me. Finalmente qualcuno sarebbe venuto a prendermi.

Sei arrivato alla fine del tuo viaggio, disse una voce. Era nei miei pensieri. La Terra o le piante intorno a me, o forse era il cielo, nascosto da qualche parte oltre la prigione di rami. Forse gli alberi avevano anche bocche per parlare.
Cosa desideri?, disse ancora.  Io non risposi. Continuavo a guardarmi le mani sporche di sangue e qualcosa mi bruciava in gola.
Cosa desideri?
<<Luce>>, risposi infine. Non so dove trovai la forza di farlo.
Fui investito dal respiro degli alberi. In quel momento mi resi conto che era lì.

Il Signore della Foresta, lo spirito che nessuno ha mai incontrato e che persino il guerriero più valoroso teme d’incontrare. Il cuore di ogni bosco, figlio della Terra stessa.
Il Signore della Foresta era lì e sospirava per la mia richiesta.
Ma nonostante questo, mi accontentò. Lasciò passare fra i rami sottilissime lame di luce, quel poco che bastava a illuminare ciò che avevo intorno.

L’orrore mi assalì tutto d’un colpo. Alle narici mi giunse un odore ripugnante e fortissimo e solo la nausea mi impedì di svenire.
Intorno a me, ovunque mi voltassi, gli occhi bianchi dei miei compagni mi guardavano, fissi e inanimati. Gli sguardi che avevo percepito nel buio.
Alcuni giacevano ventre a terra, il volto piegato di lato. Altri sembravano dormire con la schiena appoggiata ai tronchi. Altri ancora pendevano dagli alberi, un tutt’uno coi rami, abbandonati e scomposti come molli pupazzi di paglia.
Morti.

Il sangue ricopriva tutto come un’atroce rugiada.
Le foglie per terra, i corpi buttati là intorno, vicino alle mie gambe. Le fronde degli alberi, le armature spezzate dei miei compagni, trapassate in più punti dalle crudeli mani della foresta.  I loro ventri squarciati, e forse non dai rami degli alberi, né dalle bestie selvatiche.
Guardai ancora le mie mani e capii.
Capii che  mi trovavo lì per una giusta ragione. Che il Signore della Foresta aveva voluto così. Che avevamo fatto qualcosa – gli dèi soli saprebbero dire cosa – per cui meritavamo la sua punizione. Lui ci guardava dovunque andassimo, con i suoi mille occhi invisibili, e aveva riso della nostra sciocca speranza di evitarlo, di fuggire lontano.

Era una immensa, potente Natura. I cadaveri intrecciati alle fronde, e il suolo insanguinato, e il mio terrore che vibrava tutto intorno. La Foresta ne viveva, se ne cibava, avida e insaziabile. Lasciai che lo facesse, che bevesse la mia paura e il mio sudore finché voleva, finché ne aveva bisogno.
Era giusto. La mia vita, le nostre vite, non valgono nulla in confronto alla Sua.

Vattene, disse.
Io giacevo a terra, un pesante involucro senza energie.
Vattene.
Seppi che non l’avrebbe ripetuto ancora. Con le poche forze che mi erano rimaste, mi alzai in ginocchio. Buttai via la corazza. Non volli guardare indietro. Non lo feci mai.

Mi trascinai per ore e ore, guidato solo dal mio istinto.
Finché, infine, non sentii il calore sul viso.
Era mattino.

Non ne ho mai parlato con nessuno. La grazia che ricevetti quel giorno mi vieta di farlo.
Ho potuto vivere la mia vita come uno di quegli alberi: intatto, mai offeso da mano nemica né da qualche malattia. In pace. E in pace morirò, quando sarò vecchio e stanco.

Certe volte ho gli incubi. La notte, strane immagini vengono a perseguitare il mio sonno.
Credo che sia il Signore della Foresta che ha nostalgia delle mie paure.
Comunque, accade sempre più di rado.

Molto liberamente ispirato a Lucano, Pharsalia, III, 339-425.