S’io potessi per un poco stare
– il ciel volesse, e lo mio Relatore – 
un giorno intero senza nulla fare, 
una blogger sarei certo migliore. 

Se, per ambire a le agognate vette
che fan d’un vaianese un gran dottore, 
bastasse la nutella e il pane a fette, 
io dieci lauree avrei, tutte ad onore. 

Potess’io dir con voce imperïosa:
– Or basta, tesi! Se’ pur tu finita! –
Attender sì potrei, lieta e festosa,
a tutti gli altri assilli di mia vita. 

E più ancora, dolce assai sarebbe, 
(e ognuno certo capirà il perché) 
e gran sollievo e gaudio porterebbe,
se le tesi si facessero da sé.

Ma poiché le premesse non son vere,
e d’esse trar non posso alcun vantaggio,
non mi prendete a calci nel sedere
se vi saluto fino al fin di Maggio…

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Attenzione!!** Questo post vuole essere una giustificazione dell’assenza totale che ha investito questo blog tra febbraio e marzo. E che lo investirà fino a fine aprile. Per cui, se ritenete che io sia assolutamente imperdonabile, potete chiuderlo subito e risparmiarvi le patetiche scuse che seguiranno. Screeetch screeetch (rumore di arrampicamento sugli specchi)**

È opinione comune (e ormai piuttosto banale), tra chi scrive, che lo scrivere non sia un vero mestiere ma una necessità. Leggo sempre più spesso di scrittori (e lo ammetto, sono soprattutto scrittori di fiction, di narrativa fantastica o fantascientifica, un po’ come quello che provo a fare io) che raccontano di aver vissuto fin dalla loro infanzia un’esperienza che corrisponde in tutto e per tutto alla mia. Vale a dire: il bisogno estremo di inventare storie, di raccontarsele la sera prima di addormentarsi, nella mente, con le immagini. Di dar loro una forma in vari modi, con i disegni o con le parole, a volte con il gioco (la mia Barbie raramente era una ragazza alla moda che usciva con le amiche, più spesso una fata o una strega o una poliziotta o un’eroina mascherata la cui missione era sconfiggere il Male). Crescendo poi il bisogno non si esaurisce come quello di giocare: diventa un’abitudine che si affina, si consolida, si concretizza in forme più adulte e condivisibili anche con altri. Così nascono i primi raccontini da far leggere alla mamma, il tema dell’esame di quinta elementare dove la propria classe si trasformava nell’equipaggio di un veliero, i pretenziosi romanzi di ben venti pagine ispirati a un videogioco che ti ha appassionato, e così via. Il tuo mondo fantastico diventa sempre più grande, ti avvolge, ti fa venir voglia di coinvolgere altre persone. Finché un giorno, se accade, ti accorgi che forse puoi farlo, che ne hai la capacità. E allora entri in quel circolo vizioso e senza uscita (ma anche senza fondo, e per fortuna!) che si chiama scrivere.

Però non è tutto rose e fiori: c’è il lavoro, c’è lo studio, c’è il famigerato blocco, che esiste davvero e che quando arriva è come il raffreddore, non si manda via. Persino chi scrive di professione non riesce a farlo con continuità.

Ci sono poi diversi approcci alla scrittura. C’è un tipo di scrittura che non sono ancora riuscita a padroneggiare ed è quella a comando. Sottotitolo: tesi di laurea magistrale.
Non è facile farsi prendere dalla vena artistica quando si parla di tesi, e non perché l’argomento non sia sufficientemente suggestivo (le feste popolari in campagna presso i Romani, di cose carine ne verrebbero), ma perché quando una cosa è di dovere, matematicamente il blocco dello scrittore investe proprio quel dovere, mentre la tua ispirazione in materia di elfi, nani, complotti internazionali e cavalli di Troia sembra magicamente svilupparsi all’ennesima potenza, raggiungendo punte di furor divino mai viste. Ma siccome non si può abbandonare il dovere per il piacere, e siccome manca un mese alla consegna della tesi e le pagine da scrivere sono ancora una cinquantina, tocca relegare nell’angolino del cervello (e del cuore) tutte le mie storie, metterle in standby, ibernare i personaggi che mi affollano la mente reclamando vita e rimandarli ad un momento in cui, sono sicura, l’ispirazione se ne sarà ormai andata a farsi benedire.

Tornerò a scrivere seriamente sul blog (e anche altrove) il 16 di aprile… Ma chissà, nel frattempo può darsi che riesca a trovare un po’ di respiro tra una sudatissima pagina di tesi e l’altra, e a pubblicare tutti quei post che ho lasciato a metà, specie quelli sulle new entries di EffettiCollaterali o quello su Terenzio. Di roba da scrivere ne ho a palate, ma non posso perdere tempo a scrivere quella. Mentre quello che devo scrivere per lavoro mi viene solo spremendomi come un limone secco.
L’ho detto, è la legge di Murphy sull’ispirazione. Se hai da scrivere, non hai ispirazione; se hai ispirazione, non è il momento di scrivere.