Il 29 luglio del 2015 ho sostenuto l’esame finale per l’abilitazione all’insegnamento.

Questo Tirocinio Formativo Attivo, o TFA com’è meglio conosciuto ai più, mi ha accompagnata nell’arco di uno dei miei anni più difficili. No, forse l’anno più complicato di sempre.
Dall’estate in cui la gioia non lasciava spazio alla voglia di studiare, al settembre del test preselettivo, con la mia calma e la forza che mi infondevano una mano e uno sguardo sorridente in fondo alle scale. All’ottobre della prova scritta e delle prime piogge. Al novembre tempestoso e solitario in cui mi guadagnai un trentesimo posto. Al febbraio in cui avrei dovuto capire, e invece mi lasciai distrarre dal disastro della mancata iscrizione ai corsi. Cui seguì la miracolosa riapertura delle iscrizioni e una dolce, dolcissima febbre: il momento più bello che ricordi da anni. E quella sensazione di casa, di calore, di abbraccio, in cui per un attimo ho trovato la pace.
Da lì al marzo dell’uragano. Alla fine e all’inizio. L’inizio dei corsi, la fine di quel senso di casa. La fine dell’abbraccio, l’inizio della ricerca. L’inizio dell’estate, la fine dei corsi. Il vuoto che si allargava a poco a poco. L’inizio del caldo afoso, la fine di ogni calore. La fine delle mie convinzioni, l’inizio degli esami. L’inizio delle notti insonni, la fine della scuola.
E poi la folla, la fila per gli esami di Pedagogia e Didattica. La giornata in piscina con gli alunni. Le ultime riunioni. I miei primi esami di Licenza Media da dietro la cattedra. La tesina scritta in quella Biblioteca che sembra una piazza pubblica piena di pischelli. La meditazione. Gli incensi. Gli oli essenziali. I tanti fiori. I pomeriggi al torrente per cercare un po’ di fresco. Le bollette. Il mio primo anno in casa da sola che si concludeva. Le serate a guardare Game of Thrones. La discussione della tesina, il 30 sul libretto. Tutte le stagioni di How I Met Your Mother. La fuga in Irlanda. I miei ricordi nelle gighe alla taverna. Le parole nel vento e nella pioggia.

Fino al 29 luglio.
Settanta punti il massimo per la discussione, trenta per la media risultante dagli altri esami. Avevo già fatto il calcolo: non avrei potuto prendere di più, essendo la mia media un 29 spaccato.

Ho parlato di me. Per la prima volta da quando ho iniziato questo maledetto TFA, ho potuto parlare dell’insegnante che sono. Dei miei ragazzi. Dei miei colleghi. Dei miei dispiaceri. Dei miei sogni.
Avrei parlato per ore e ore, e invece sono stati solo cinque o dieci minuti; eppure il tempo si è fermato come quando sei immensamente felice. Non so se fosse felicità, non ho più un’idea così chiara di cosa si intenda con questa parola. Era più una sorta di pienezza. Nel convinto annuire della commissione la vedevo riflessa, palpitante, quasi volesse indicarmi che sì, quello era il mio momento e sì, questo è ciò per cui sono qui. Sì, Martina – annuiva silenziosamente la commissione – Adesso sei un’insegnante e nessuno potrà più dirti il contrario. E sei davvero una buona insegnante: non te l’eri sognato! E sai che c’è? Adesso ti porti a casa il massimo per oggi, così capirai che tu sei chi sei, sempre. In ogni caso.

Lungo il cammino verso la stazione mi era entrato in testa un ronzio. Forse era il caldo o forse l’allentamento dello stress. Pensavo mille cose e nessuna veramente. Osservavo i miei pensieri senza saper decidere se fossero positivi o negativi.

Un Novantanove non è un Cento. E dire che di Cento ne ho presi tanti. Eppure – curioso – nessuno di questi, neppure uno, che mi abbia donato la pienezza del mio Novantanove.
E non lo so. Pensavo alla mia vita, al lavoro che ho scelto. A quando l’ho scelto e perché. Alla strada che ho avuto spianata in ogni momento, chissà se da una qualche fortuna, o dal destino, o dalle mie stesse scelte, magari da tutte queste cose insieme e di più. Alla mia caduta dalla gioia più dolce al più gelido vuoto. Alle mie insicurezze e alle mie ansie.

E poi ho pensato che lo so. Lo so perché è così importante il numero.
Un Cento sarebbe stato solo un Cento. Uno dei miei tanti successi nel tentativo di riprodurre l’immagine della perfezione: un numero tondo, un punteggio massimo, un applauso orgoglioso, eccetera eccetera. Una delle mie tante soddisfazioni viziate e stantie.
Di Novantanove, invece, ce ne sono pochi, e per me questo è il primo.
Alto, bello, ma a un passo da quel cerchio perfetto. Sì. Un pelino più sotto. A presa di culo. Ancora un pochino e c’ero. Uno schiocco di dita e – sbam! – ero la migliore anche stavolta. M’illudevo anche stavolta. E invece…no.

Novantanove non è un’illusione. Non cerca di riprodurre un bel niente. È un doppio nove e festa finita. È imperfetto, è autentico, è reale.

È quello che in me cerco da una vita.
Porca miseria, è me.

Novantanove è il mio lavoro. Sono le urla che ogni tanto mi scappano e di cui mi pento. Sono i volti asimmetrici e dolci degli alunni di prima. È la crescita sproporzionata dei loro corpi. Sono le mie fotocopie e il disordine dei documenti. Sono le mie risate rauche sull’autobus in gita.
Novantanove sono i miei impegni che si sovrappongono. È la fretta, l’ansia. È la voglia di cazzeggiare ogni tanto.
È il frigo che non funziona bene, il sacchetto dell’immondizia che mi scordo di buttare. Sono i panni infeltriti e le lenzuola che si macchiano in lavatrice.
Sono i miei tentativi di meditare. È la mia spiritualità che non trova pace. Sono gli incensi che brucio per addormentare la mente.

Novantanove sono i miei capelli verdi all’improvviso. È un viaggio in un luogo antico in cerca di ricordi. È l’arpa che non riesco a suonare bene.
È la mia voglia di stare da sola e il bisogno di stare insieme a tutti. È anche l’inverso.
È il mare in un posto da fighetti. È una serata a ballare per scoprire che sì, ero e sono anche quella. Sono le tante, troppe persone che mi conoscono. Sono le tante, troppe cose che mi piace fare. È la mia voglia di continuare a farle tutte. È la mia incapacità di scegliere un’etichetta, un nome, una direzione, un’abitudine che non sia da me.
Sono le mie lacrime distribuite un po’ a casaccio. Sono i sogni in cui torni e te ne vai altre mille volte.
È una conversazione piacevole con due corteggiatori gentili. È la mia risata più genuina, fioca e inascoltabile.
È la sensazione di essere sempre, sempre sola, anche in mezzo a tanta gente.
È quello che ascolto quando m’investe il vento.
È la voglia di camminare fino a farmi sanguinare i piedi. È il piacere di guidare e di viaggiare malgrado la destinazione.
Sono i risvegli dolorosi. Sono i risvegli vuoti.

Sono le parole che scrivo. Sono le domande che restano.
È la mia voce che canta.
È un sentimento che non esiste.

Novantanove è ciò da cui comincio.

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E potrebbe durare non so quanto ancora
questo leggero movimento di mani,
l’incontro di due anime che scivolano fra le dita,
nelle pieghe del tempo e della pelle
sopra le righe della Terra.
Lento, senza parole né spiegazione alcuna
libero e legato, inarrestabile
riempire della tua musica il mio cuore
nutrire la tua esistenza dei miei sogni.
Non voglio sapere perché accade.
Mi lascio solo cullare da questo insolito vagare
di mani, anime, manie.
Un Mondo che si è aperto
nel piccolo spazio lasciato da una carezza
e nel superfluo scorrere del linguaggio umano,
un Mondo che splende e vibra
sopra le righe della Terra
nelle pieghe del Tempo e della pelle.

21

Quando, in seconda superiore, maturai la decisione irremovibile che nella vita avrei fatto l’insegnante, desideravo più di ogni altra cosa fare la prof di liceo. Possibilmente un liceo come il mio, oppure un classico. E spesso, durante il percorso universitario che mi ha portata alla precarietà di una cattedra sì e no ogni due mesi, ho espresso questo desiderio unito ad un’esclusione a priori: “Alle medie solo se proprio devo.”
Il perché di questo giudizio incondizionatamente negativo sulla scuola media penso fosse radicato nella mia personale esperienza in quel ciclo. La Scuola Media italiana ha molti difetti, uno fra questi non è colpa di nessuno in particolare: è un percorso troppo breve. Così, siamo spesso portati a considerarlo “solo” un periodo di passaggio, in cui l’educazione, la didattica, i contenuti passano in maniera non sempre chiara, spesso in modo informe; né carne né pesce, proprio come l’età degli alunni che affrontano questo ciclo di studi.
Un altro blasone negativo, sulla bocca di tutti, era: “Quella è l’età peggiore. Non sono ancora ragazzi ma non sono neppure più bambini. Hanno la malizia degli adolescenti e l’infantilità dei bambini.”

È vero, è un mix micidiale. E tante volte anch’io, ripensando con gli occhi di un adulto i miei undici-tredici anni, sono caduta nel tranello di giudicarla la mia età peggiore, un momento in cui non ero niente o non ho imparato, costruito niente. Ma i giudizi a posteriori certe volte sanno essere più ingannevoli di quelli a priori: troppe cose sono lontane nella memoria, troppe altre ne sono accadute e sono andate a inserirsi tra quell’età e quella forse più complessa, senza dubbio più appariscente, che è l’adolescenza vera e propria. In questo caso, l’unica esperienza che può farti cambiare idea è quella che ti costringa a rivivere, con occhi esterni ma non più a posteriori, l’età che avevi ormai del tutto rimosso.

I miei preadolescenti sono chiassosi e vivaci. Amano esprimersi ad alta voce e, se non lo fanno, è perché sono troppo timidi o sono tristi per qualche motivo. Si picchiano, si montano addosso, si tirano i capelli e qualche volta si prendono a manate. Dei maschi solo alcuni hanno la voce appena un po’ più grave; la maggior parte sono bambini a tutti gli effetti, nani in tuta da ginnastica con movenze goffe e guancine rosa. Alcuni giocano a fare i bulli o a sentirsi grandi, ma il loro aspetto contrasta in maniera esilarante con le parolacce che provano a mettere in fila. Quelli che si atteggiano a playboys sono così teneri che non puoi che invidiarli: vengono a scuola con la camicia stirata, il colletto aperto sulla catenina d’acciaio, il capello fatto, e sono belli in un modo che solo le loro mamme sanno apprezzare (del resto, è la crescita). E piacciono alle ragazze nonostante sembrino dei bambini vestiti da copertina d’alta moda.
Le ragazze si dividono in due. Ci sono quelle ancora bambine e quelle che ci provano davvero, a fare le ragazze. Le seconde hanno già qualche forma, si truccano appena un po’, scrivono frasi a effetto sul diario, fingono di disprezzare i maschi. Le prime sono sportive, occhialute, portano i capelli lunghi scomposti o legati in una coda e sono sospese tra l’ammirazione e lo spaesamento di fronte agli atteggiamenti delle seconde; e non è che fingono di disprezzare i maschi, li disprezzano sinceramente. …Io alle medie.

I miei preadolescenti hanno in sé tutti i semi degli uomini e delle donne che devono nascere.
Alcuni di loro mi hanno detto “noi siamo il futuro”. Niente di più vero, ma spero che lo siano con una guida adatta. Perché il mondo che li circonda, oggi, ha tinte fosche e contorni non ben definiti. Offre loro tutto ciò che può esistere di superfluo nella frazione di un nanosecondo, mentre toglie loro gradualmente e in modo impercettibile, ogni giorno, l’indispensabile: certezze, denaro, opportunità. Il mondo si è aperto a 360 gradi davanti ai loro occhi, ma non hanno i mezzi per affrontarlo.
Ecco perché rimango in Italia e non vado a offrire i miei brontoloni a bambini svedesi o tedeschi: non penso che i miei brontoloni valgano a salvare qualcuno, ma se possono farlo, sicuramente ce n’è più bisogno qui che altrove.

Parlerò più spesso del mio mestiere, perché un giorno, quando sarò stanca e invocherò la pensione imprecando come una camionista di ottant’anni che ha perso la dentiera sotto il pedale del freno, voglio ricordarmi dei motivi per cui vale la pena insegnare.

Il cervello, alle medie, ti viaggia a velocità supersonica. I passatempi più belli, quelli legati ai tuoi talenti, li scopri alle medie. Le prime amicizie vere le stringi alle medie. L’amore vero, quello che non tornerà mai più, quello che ti toglie la fame e la sete, quello che è strano e informe e colloso ma potente come una folgore, è solo quello delle medie.
Vale la pena insegnare perché l’età dei miei studenti, quella che rivivo ogni anno attraverso di loro, con sguardo divertito e nostalgico, è in realtà l’età più bella. 

Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

E cos’è, in fondo, il sesso, se non un continuo tentativo di inglobarci l’un l’altro, di somigliarci del tutto nella nostra complementarietà, XX e XY, di prendere l’uno gli attributi dell’altro per creare un essere perfetto? Un pasto consumato in modo sempre incompleto e che non dà mai soddisfazione, perché in questa lotta violenta non c’è un vincitore e alla fine ogni cosa torna sempre, inevitabilmente, al suo posto. Quanto sarebbe bello riuscire a riassumere in un solo individuo le esperienze della femmina e del maschio. Saremmo esseri perfetti. Saremmo Dio in persona.

Forse non mi crederete, ma io so cosa vuol dire.
Ho viaggiato. Ho viaggiato ovunque, da un Polo all’altro, e per me non esiste mistero.
Non servono occhi per sapere quello che so io.
Una volta ero un uomo e come il Mare imperversavo.
Una volta ero una donna e come la Terra donavo.
Ma di fatto, nel mondo, c’è più Terra che Mare.

Oh, se solo avessi potuto essere entrambi per sempre. Sarei diventato il Mondo.

Quando abbiamo iniziato a studiare, l’abbiamo fatto per motivi differenti.
C’era chi, senza esserne del tutto consapevole, mirava soltanto a procrastinare il momento in cui avrebbe finalmente fatto parte del “mondo degli adulti”, di quelli che lavorano. C’era tra noi chi, spinto dagli adulti, ha scelto un indirizzo di studi qualunque, nella consapevole previsione che senza un documento non avrebbe potuto ufficializzare nessuna professione. C’era chi ha scelto quello che gli piaceva, la disciplina per cui aveva passione, in quella nuova, inaudita speranza che non solo ci fosse posto per realizzarsi ciascuno secondo la propria natura, ma addirittura che il mondo offrisse un’occasione in più a chi, oltre l’impegno, ci metteva l’amore. Una speranza che era nata da chi, prima di noi, aveva per la prima volta lottato per realizzare i propri desideri, per liberarsi dallo schiavismo del nasci-consuma-crepa.

Essere felici. La prima risposta che ho imparato a dare quando mi chiedevano quale fosse lo scopo ultimo della vita.

Qualcuno dirà che i primi, fra le categorie che ho sopra elencato, sono stati i meno lungimiranti; i più sconsiderati, forse. È la verità, anche se naturalmente non si tratta di una colpa vera e propria, ma solo della conseguenza, portata all’estremo, di un “cattivo benessere” procurato dalla famiglia d’origine. E da qui i vari “bamboccioni”, gli “eterni laureandi”, i morti al mondo. Hanno voluto procrastinare per mancanza di responsabilità o non sono stati responsabilizzati per mancanza di un futuro da procrastinare, prolungando la loro situazione di benessere come una cura a base di oppiacei per una malattia terminale?

Essere felici.
= Vivere serenamente, senza il terrore del domani.
La felicità può dipendere da tante cose: un buon lavoro che dia soddisfazioni, un amore sincero, una bella famiglia. Ma purtroppo, che lo si voglia o no, che ci si impunti e si sbatta la testa per cercare di negare questa verità inesorabile, la vera felicità al giorno d’oggi la fa il denaro.

Di denaro non ce n’è più. È finito. Sicuramente non ce n’è abbastanza per tutti. C’è chi ancora può andare avanti per qualche generazione di figli e nipoti e c’è chi arranca per sopravvivere. Ne consegue che non tutti possiamo essere felici nel futuro.

Abbiamo cominciato a studiare, insomma. Chi sperava nell’irrealistica possibilità di diventare felice facendo il lavoro che amava, solo per il fatto di farlo con amore (tra l’altro, ironia della sorte, “amare” è uno dei significati del verbo latino studeo), ha dovuto capire ben presto che le cose stavano diversamente. Potrò arrivare, è vero, a fare il lavoro che amo, ma questo non significherà essere felice. Perché non avrò soldi per campare serenamente, cioè per essere davvero felice. Senza quel terrore del domani. Ed io sono tra i più fortunati.

Siamo cresciuti senza la sensazione di crescere veramente. Ci hanno fatto credere di avere tutto, quando non avevamo niente. Ci hanno fatto sperare che l’Amore ci avrebbe salvati, che il denaro non contasse davvero. Ci hanno riempito di nozioni, di filosofie di vita, di sogni, di aspettative, di doveri da assolvere, di fiducia, di emozioni, di pretese, di potenza. Ci hanno illuso di poter avere tutto, di poter avere ognuno una parte di felicità “più uno”, come se i pani e i pesci nel frattempo si fossero moltiplicati. Come se le rivoluzioni intellettuali che aveva fatto la generazione prima di noi avesse di colpo spalancato nuove possibilità, nuovi futuri, nuovi universi tutti da scoprire, nei quali bastava volere per volare, amare per potere.

E adesso che la verità si disvela, paradossalmente la cosa che fa più male non è constatare che quella felicità non solo non ci spetta col “più uno”, ma ci spetta dimezzata; per quelli che non faranno a gomitate, addirittura nulla.
Paradossalmente, la cosa che fa più male non è questa.

La cosa che fa più male è sentirselo dire da chi ci ha insegnato a vivere così.

Siete egoisti.
Pensate solo al presente.
Non avete lungimiranza.
Pensate solo a voi stessi.
Vivete solo di emozioni.

Vi credete onnipotenti.

Adesso che non abbiamo più nulla, possiamo dire soltanto che ci abbiamo provato. Con i mezzi che ci erano stati messi a disposizione.
E se il mondo collasserà, ce lo trascineremo dietro insieme a quel delirio d’onnipotenza che chiamavamo speranza.
Con amore e con gioia. Abbiamo sempre tentato.

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali

(Khorakhanè, F. De André)

Il 27 gennaio è da sempre l’occasione di polemiche. Un po’ come il 25 aprile. È una cosa alla quale non mi abituerò mai.

Difficile, davvero difficile capire cosa ci sia di contestabile nel ricordare uno dei più grandi crimini mai commessi dal genere umano. Che non sia l’unico, purtroppo, lo sappiamo tutti. Ma credo che ci siano due buone ragioni per cui l’Olocausto è quello che è più presente (ma sempre meno) nel nostro immaginario: la prima, perché è quello che possiamo leggere, vedere, toccare ancora con mano nei pochi testimoni diretti che sono ancora in vita.
La seconda è che l’Olocausto non avrebbe dovuto verificarsi. È tanto più scioccante quanto più si considera in che luogo e in che momento storico abbia potuto essere concepito. Nell’Europa che era la culla della civiltà, della cultura, del progresso. Nell’Europa che era il Vecchio Continente, dove “vecchio” avrebbe dovuto significare forse anche “saggio”. L’Europa che ne aveva viste e vissute tante. Insomma, ci si sprecava (e ci si spreca ancora) a parlare di “Occidente progredito”, e proprio questo nostro Occidente progredito ha pensato, elaborato e realizzato la Soluzione Finale.

Non c’è poi molto altro da dire, se non che proprio questo dovrebbe farci pensare alla possibilità che tutto questo si ripeta. L’Olocausto sembra una storia vecchia di secoli. Ricordo che quando ne sentii parlare per la prima volta non riuscivo a comprenderlo fino in fondo: lo mandavo giù solo a patto di pensarla come una storia finita, passata, lontana. “Meno male che sono nata più tardi!”
Invece non solo non è vecchia di secoli, ma ha tutti i presupposti per ripetersi.

Una nazione in piena crisi economica, un colpo di stato, un uomo carismatico e completamente pazzo, un capro espiatorio, una guerra che coinvolge a poco a poco tutto il mondo, infine un’idea diabolica. È davvero così difficile? La nostra civile Europa di oggi è davvero tanto diversa da quella di settant’anni fa? A volte mi sorprendo a pensare che sia peggiore, per molti aspetti. Che manchi solo il pretesto per qualcosa di tragico. Che le leggi non bastano: non c’è una linea di pensiero, un sentire comune, una memoria sufficientemente forte che ci potrà salvare se mai un giorno questo pretesto si trovasse.

Chi sarà a raccontare? Sarà chi rimane. Oggi ho letto un post di Licia Troisi che parla proprio di questo. E quando non rimarrà più nessuno? Ricominceremo da capo?

Non solo: finché esisteranno il negazionismo, l’ignoranza, la superficialità, la sfrenata agiatezza di noi uomini d’oggi, gli inganni e i sonniferi per la mente che ogni giorno ci sorbiamo, finché c’è tutto questo l’errore avrà campo libero. E se può ripetersi lo farà. Corsi e ricorsi storici…come un cancella e riscrivi automatico. E il brutto è che non ce ne accorgeremo prima.

E poi?
Quanti giorni della Memoria ci saranno tra 1000 anni? Quanti ne serviranno per imparare?